21.6.17

Righe su righe, ancora

Riprovo, dopo aver promesso di scrivere ed essere riuscito a parlare soltanto di un frammento di un'antologia. Ma in realtà di libri ne ho letti, ultimamente, e la famosa pila sulla scrivania rischia seriamente di crollare. 
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Comincerò con i due volumi – il secondo e il terzo – della  trilogia di Virga di Karl Schroeder. Si tratta de «Regina del Sole» e di «Sole pirata», editi da Zona42. Un po' in ritardo? Ma-voi-non-avete-idea-di-quanti-libri... vabbè. Sono un lettore compulsivo, cannibale confuso e poco conseguente, mi faccio attrarre da libri di ogni forma e/o colore ma da lì a leggerli... Il minimo che possa succedere è che legga un libro un paio d'anni dopo l'uscita. O, se è per quello, anche dieci anni dopo. 
Ritornando a Virga, è opportuno ricordare lo sfondo delle vicende narrate: 

Virga è una sfera di dimensioni planetarie piena d'aria. Al suo interno, privo di gravità, si muovono isole, alberi e città tenute insieme da un misto di forze centrifuga e centripeta, e trasportate dai moti convettivi della masse d'aria che riempiono la sfera. Ad alimentare la vita di Virga c'è Candesce, il Sole dei soli, da cui deriva tutta l'energia disponibile. 

Come può essere utile ripetere ciò che dichiarò a suo tempo Karl Schroeder:

... Il Sole dei soli e i suoi sequel [...] hanno un tono da XIX secolo  e, stilisticamente fanno parte della tradizione Steampunk, ma sono ambientati tra mille anni nel futuro [...]


E puntualmente i due volumi mantengono ciò che promettono. In Virga II (Regina del Sole) il filo dell'intreccio è affidato a Venera Fanning, scatenata, ironica, testarda e temeraria eroina che organizza tranelli, orchestra congiure, unisce e divide, tradisce e ritorna fedele in una curiosa corsa da fermo, ovvero senza praticamente muoversi da un angolo del mondo di Virga: Spyre. Ed è curioso che Schroeder faccia riferimento, nel corso dell'introduzione, a uno dei grandi romanzi fantasy della tradizione britannica, Ghormengast, dove è il castello ad essere il centro geometrico, oltre che la ragione e l'effetto di ciò che avviene. Conformemente Schroeder racconta del mondo di Spyre, fatto di principati, ducati, signorie e regni che raramente superano l'ettaro di ampiezza e vi fa muovere al suo interno un personaggio maledettamente vivace come Venera Fanning, con risultati sorprendenti. Risultato un romanzo condotto a una velocità inusuale e con una protagonista che non è facile dimenticare. 

Virga III (Sole pirata), ha per protagonista il marito di Venera, Chaison Fanning. Questi, catturato  al termine dello scontro vittorioso con la formazione Falcon, è tenuto prigioniero e regolarmente torturato, ma riesce a evadere grazie all'intervento di Antaea Argyre della Guardia Patria, ovvero l'organizzazione (segreta) che difende Virga – un pallone pieno d'aria, frammenti di terra e piccoli soli artificiali per 8-9.000 chilometri di diametro. 
L'intervento di Antaea si rivela parte di un progetto più vasto che mostrerà come Virga non sia un frammento di umanità chiuso ad ogni intervento esterno ma parte di un universo ben più vasto. 
Qual è il segreto di Schroeder nell'aver dato vita a una trilogia che riesce a unire il romanzo d'appendice, la saga marinara, la space opera e, almeno in qualche tratto, il romance? Essenzialmente due elementi: il luogo della vicenda, impossibile da dimenticare, e il ritmo della vicenda che, senza cancellare i personaggi, tiene l'attenzione del lettore inchiodata alla pagina. Una buona scelta, quella di Zona42, editore al quale auguro una lunga e prospera vita. 
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Cambiamo completamente area, tema e argomento con un curioso saggio biografico/autobiografico pubblicato in lingua originale nel 2004 e tradotto dallo svedese da Iperborea nel 2015. Si tratta di L'arte di collezionare mosche di Frederick Sjöberg, «Scrittore, entomologo, collezionista e giornalista cultuale», come riportato nell'aletta del terzo di copertina.
Qual'è l'anima prevalente tra quelle indicate per Frederick Sjöberg? Difficile dare una risposta precisa, dal momento il nostro scivola costantemente dalla propria storia personale a quella di altri entomologi e naturalisti, raccontandone frammenti di vita, passioni, abitudini singolari e manie personali. E il primo di tali "scivolamenti" avviene quando il nostro entomologo decide di acquistare una Mega Malaise Trap, ovvero una gigantesca trappola per insetti, nel suo caso di mosche sirifidi, una famiglia di ditteri che si nutrono esclusivamente di nettare e polline con livree che ricordano quelle di api, vespe, bombi e altri imenotteri pericolosi. In sostanza le sirfidi indossano costantemente una maschera orripilante per riuscire a pascolare pacificamente e senza volere o poter fare del male a nessuno. In natura paiono esisterne 6.000 specie e nel corso dello spassoso volumetto Sjöberg ne presenta un certo numero, narrandoci anche la difficoltà di riconoscerle e distinguerle, oltre alla gioia – che stranamente risulta condivisibile anche per il lettore – di trovare una specie che teoricamente non dovrebbe esistere tra le isole svedesi. Ma, come dicevo, il co-protagonista del libro è René Malaise, il principale entomologo, collezionista ed esploratore svedese, vissuto tra il 1892 e 1978 e membro della spedizione biennale (1920 - 1922) nella penisola della Kamchatka, una superficie appena inferiore a quella dell'Italia, perduta all'estremo nordest della Siberia e con una popolazione totale di 322.000 abitanti. Ma Malaise compì anche altre spedizioni a Rangoon, a Kamakura e nel nord di Burma e tra il 1953 e il 1958 divenne coordinatore della sezione entomologica del Museo svedese di Storia Naturale. In quegli anni pubblicò un saggio di argomento geologico dal titolo Atlantide, una realtà geologica che riprendeva le teorie di Nils Ohdner, scienziato contrario alla deriva dei continenti di Wegener. Ovviamente il saggio di Malaise divenne la barzelletta dei geologi che si vedevano attaccati da un collezionista di insetti...
Il racconto della testardaggine superba di Malaise, arrivato a pubblicare a proprie spese il saggio "geologico" in inglese, finisce per essere così il contraltare alle disavventure di Sjöberg alla faticosa ricerca di sirfidi su un'isola svedese. Un saggio curioso, a tratti schiettamente comico e che inevitabilmente ricorda la passione di Stephen Jay Gould per i grossi errori di alcuni importanti scienziati, concludendone che tali errori sono spesso stati preziosi per il progredire della scienza. Un libro gradevole e in qualche modo prezioso, dal momento che rende comprensibili e in qualche caso persino gradevoli gli insetti, un genere di creatura che molti – a cominciare da mia figlia – temono, detestano o fuggono. 
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Un Urania, ora. Non penserete mica di esservela passata liscia? Si tratta di Senza luce [Lightness], di C.A.Higgins, ed. originale 2015 e traduzione italiana di Annarita Guarnieri per il numero 1641 della rivista. 
Di questo libro ho sentito parlare in modi tutt'altro che positivi da più lettori, a cominciare dal dato di fatto che praticamente tutta la vicenda si svolge rispettando l'unità aristotelica, ovvero secondo l'unità di tempo, luogo e azione, una modalità di azione letteraria che venne a suo tempo polemicamente attaccata dai romantici tedeschi. Non credo che tutti i critici del romanzo della Higgins fossero seguaci dei romantici tedeschi di fine '700 / inizio '800 ma che, semplicemente, si siano stancati e sfiancati di un dialogo pressoché interminabile – e apparentemente senza sbocchi – che continua per N pagine. 
Il problema del dialogo, anzi il problema del DIALOGO è un elemento che suscita non poche discussioni nell'ambito della sf – e non solo. «Show don't tell» è una dittatura che estende il suo potere anche sul terreno del dialogo e non sono pochi gli autori, anche importanti, che affermano che [*] «Va bene, se solo elimini un po' di dialoghi e inserisci un po' più di azione». 
Onestamente non ho nulla contro i dialoghi, purché appaiano reali, ovvero condotti da personaggi ben caratterizzati. In questo senso Senza luce ha uno spessore "teatrale" che non si può sottovalutare e che costituisce gran parte del suo fascino. Il duello verbale condotto da Ivan e Ida per una buona età del libro funziona egregiamente – a mio parere – e scolpisce i personaggi con un rilievo non comune. Ciò che, viceversa, non funziona troppo bene è lo sfondo: un terrorismo che raggiunge vertici e risultati inattesi, la sostanziale debolezza dell'ipotesi di una tecnologia giunta all'autocoscienza e l'incongruenza di un sistema politico mai ben chiarito. In sostanza è l'insieme della vicenda a risultare incerta e a tratti vagamente assurda e non tanto il ritmo, che mantiene comunque un suo valore teatrale innegabile. 
In sostanza – ed è questo l'aspetto curioso – a rendere criticabile e/o intollerabile il libro non è tanto la sua dimensione di piéce, dove personaggi entrano ed escono da un palcoscenico a bordo di un'astronave, ma il mondo che circonda tale palcoscenico, troppo evidentemente un fondale di poco spessore. In ogni caso una lettura non indegna, in attesa del seguito e della maturità espressiva di un'autrice comunque interessante.  
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Leo Perutz, è un tipico esponente di una Mitteleuropa letteraria, più austroungarica che tedesca, nata e cresciuta tra la fine del XIX e l'inizio del XX e che comprese alcuni grandi autori di narrativa tra i quali: Sandor Marai, Ödon von Horvath, Israel Singer, Alfred Kubin, Arthur Schnitzler, Alexander Lernet-Holenia, Hugo von Hoffmanstahl, Franz Wedekind e molti altri più o meno noti. Il legame tra l'attività di questi autori e l'altrettanto mitteleuropea psicoanalisi freudiana è a tratti evidente mentre altrove è uno sfondo potente che permea profondamente i personaggi, la loro condotta e il procedere stesso della vicenda.
È il Sogno e il rapporto con l'Inconscio a costituire un elemento centrale di molte narrazioni e La neve di San Pietro, un romanzo del 1933, è un buon esempio di come si possa "giocare" rimanendo in equilibrio tra il reale e l'irreale, ovvero tra la realtà condivisa e l'attività onirica. Protagonista del romanzo è Friedrich Amberg, un medico ricoverato in ospedale per un grave incidente che, al suo risveglio, si sente come «una cosa senza nome, un essere privo di personalità». Lentamente la memoria ritorna e con essa il ricordo di ciò che gli è accaduto nei mesi precedenti: il lavoro come medico condotto presso un paese della Vestfalia, la conoscenza con il Barone Von Malchin – un latifondista, assurdo sostenitore non solo della causa degli Czar ma anche di quella dell'imperatore legittimo del Sacro Romano Impero e del sovrano spodestato dell'Inghilterra – e con il suo amministratore, il russo bianco principe Praxatin, lo strano parroco della parrocchia di Morwede e la candida e perversa Bibiche, colei con la quale aveva condiviso il lavoro in un laboratorio di batteriologia a Berlino e per la quale continua a provare un devastante amore inconfessato. 
Ma la memoria di Amberg fino a che punto è reale? E qual è il rapporto tra memoria e sogno? Un nodo non facile da sciogliere, anche perché – ed è questo il dubbio che coglie il lettore – Perutz sembra aver voluto aggiungere troppi temi in una vicenda troppo breve per sostenerli tutti, da un tema schiettamente politico a un farmaco miracoloso capace di eliminare la depressione a un amore enigmatico e disperato... In sostanza la sensazione che siano un po' troppi i temi affrontati e la chiusura ne lasci diversi aperti e inspiegati. In ogni caso un libro che crea una condizione sottilmente angosciosa, di pura, deliziosa Angst, e al quale si perdona qualche mistero che tale rimane. 
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Ultimo libro, o quasi, è La riva del silenzio di Paul Yoon, romanzo del 2013, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri nel 2014, con la traduzione di Manuela Faimali. 
Questa volta parto proprio dall'inizio del libro, cioè dalla copertina, che ritengo bella e fortemente evocativa, ovvero il motivo fondamentale per il quale acquistai questo libro nel 2015. 
E la copertina fornisce un'ottimo percorso per attraversare il romanzo, la vicenda di un orfano, prigioniero nordocoreano nel conflitto di Corea, inviato dagli americani in Brasile a tentare di rifarsi una vita. In Brasile il giovane, Yohan, trova alloggio in una cittadina di mare e viene ospitato da Kiyoshi, un sarto giapponese, come lui un ex-prigioniero di guerra e come lui un uomo solo, che ha dovuto affrontare una città, un luogo e una lingua sconosciuti. 
Yohan, all'inizio sperduto e incapace di ambientarsi, finisce per creare un rapporto particolare con il taciturno sarto, che diviene suo padre putativo e gli insegna il mestiere, la lingua e i modi del luogo. Poco alla volta il giovane Yohan finisce per divenire un membro della comunità e l'aiutante del sarto, provando solo raramente nostalgia per il luogo dal quale proviene, dove ha perduto molto presto la madre, ha avuto un buon rapporto con il padre, morto poco prima dell'inizio della guerra, e dove, durante la prigionia, ha assistito al suicidio del suo amico Peng. Conosce anche Santi e Bia, un ragazzo e una ragazza senza famiglia, ladruncoli che vivono di espedienti, con i quali si crea un rapporto discontinuo ma molto più intenso di quanto avrebbe ritenuto possibile. 
L'anziano Kiyoshi un giorno «non si svegliò più» e Yohan lo sostituisce, divenendo a sua volta il sarto della comunità. Col trascorrere del tempo viene a conoscere alcuni particolari della vita di Kiyoshi, ufficiale medico disertore dell'esercito nipponico, uomo gentile e senza fretta: «non aveva fretta, come avesse già visto tutti i luoghi possibili». Intanto i ricordi della vita in Corea del Nord lo accompagnano, talvolta dolorosi, in altri casi semplicemente intensi ma che vengono a rassicurarlo sulla sua attuale vita, sui suoi lunghi momenti di solitudine e sul lento, trasognato vivere sul confine del mare. 
Non è particolarmente importante raccontare come termina «La riva del silenzio», diciamo che il finale è perfettamente adeguato alla vicenda e alla personalità di Yohan, un personaggio che si finisce per amare come un fratello perduto o come un personaggio della letteratura che non è facile dimenticare. Leggere questo romanzo può ricordare che ogni grande momento della storia è fatto delle piccole, modeste ma insieme misteriose e complesse esistenze di tutti coloro che vi hanno partecipato. Un libro profondamente pacifista e intensamente zen, un piccolo gioiello da non perdere.
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Del libro «Lo scudo dell'illusione», antologia curata e tradotta da Massimo Soumaré – Maz per gli amici – mi limiterò a dire che riunisce sei autori giapponesi, alcuni noti anche in Italia come Dazai Osamu, Natsume Soseki Miyazawa Kenji, e altri meno noti (da noi) come Unno Juza, Yamamura Bocho e Yumeno Kyusaku. L'antologia raccoglie racconti fantastici scritti in Giappone nella prima metà del XX secolo e rappresenta degnamente la passione nipponica per questo genere di letteratura. Aggiungo che il libro è stato pubblicato da Atmosphere Libri nel 2017 e fa parte della collana Asiasphere. Ultima nota: sui quattordici racconti pubblicati, dieci hanno avuto una prima edizione su LN-LibriNuovi in forma cartacea o sulle prime edizioni di ALIA. Vantarsene è sicuramente eccessivo, ma una certa qual soddisfazione da editore è inevitabile...

[*] da un carteggio personale, in merito al romanzo «Il settimo Clone».

14.6.17

Cose veloci


Capita di passare da un momento di (relativa) calma ad uno di iperattività, sia pure in un periodo più o meno infernale in quanto a clima. 
Certo, qualcuno dirà che me la sono andata a cercare e probabilmente non ha torto, ma il problema è quando le cose non solo si sommano ma si sovrappongono, si incrociano e sono veloci, maledettamente veloci. 
Cominciamo dalla cosa più «tranquilla», ovvero il nuovo ALIA Evo, il 3. Ho lanciato il manifesto per l'arruolamento il 31 di maggio, con i brani che possono arrivare entro il 31 agosto, sperando di poterli leggere insieme a Silvia Treves durante le vacanze. Entro una settimana me sono arrivati ben tredici da leggere. In realtà si ridurranno a otto una volta fatte le opportune scelte – due autori mi hanno infatti inviato sette racconti tra i quali scegliere – e indubbiamente sono contentissimo di questa rapida adesione, ciò non toglie che si tratti di un impegno arduo, anche solo nel dare un parere sia pure non definitivo. Certo, la possibilità di leggere in anteprima i racconti destinati a comporre l'antologia costituisce un momento magico al quale non vorrei rinunciare, ma è un po' meno magico racimolare i motivi per i quali proporre di modificare un testo o chiedere a un autore di inviarne un altro. Quest'ultimo è un compito che ci dividiamo con Silvia, ma la sua sua pur temporanea assenza mi trasmette un'urgenza che contribuisce alla sensazione di ansia.
Passiamo al punto due. 
Proprio in questi giorni ho deciso di lanciare una campagna di promozione per i titoli di ALIA Arcipelago, saliti a sei con le due uscite di maggio. 
Una banalissima campagna di sconto – da € 2,99 a € 0,99 per una settimana – ma condotta con cadenza quotidiana sui sei titoli, nella speranza che Amazon.com si decida a mettere in opera l'operazione. Ho così scoperto che che il buon Jeff Bezos indica sì una data di inizio ma non ne indica l'ora, sicché si continua a controllare che la splendida meravigliosa campagna sia finalmente partita, con una sensazione di disagio che non smette. 
Maledizione. 


Dopodiché c'è una certa iniziativa condotta in accordo con Francesco Eandi e che riguarda uno degli autori e traduttori storici di ALIA. Ovviamente la comunicazione della partenza di tale iniziativa – un crowfounding che mette in palio un racconto di Davide Mana scritto all'uopo – mi è arrivata esattamente stamattina obbligandomi a correre ai ripari e a raffazzonare qualcosa sul tema, con la netta sensazione che si sarebbe potuto fare di meglio disponendo di un momento di calma. 
E poi c'è LN-LibriNuovi che sta attendendo un nuovo articolo... e c'è il mio racconto per ALIA Evo 3.0, da terminare una volta fissatone il tema e l'andamento, con il non piccolo difetto di richiedere una competenza in fatto di tecnologia delle comunicazioni che non posseggo e che mi devo costruire il più in fretta possibile... e poi... Beh, la vita di ogni giorno che ha i propri ritmi e le proprie necessità inderogabili. 
Lo so, tra pochi giorni la sensazione di urgenza sarà passata. ma intanto...


8.6.17

Caos e altre minuzie


Le elezioni in Gran Bretagna, la deposizione dell'ex-capo dell'FBI davanti al congresso che inchioda Trump, un giovane mezzo sangue marocchino-bolognese che si lancia sui passanti a Londra con un coltello da macellaio e viene abbattuto dalla polizia, l'ultima strage a Teheran, la vendetta contro il sostegno degli iraniani alle forze anti-ISIS... e il tedeschellum – ma potrebbe essere anche un teutonichellum o un mangiacrautellum, con quel latinorum da imbecilli degno di un Azzeccagarbugli o del dottor Balanzone– che dura solo qualche giorno prima di scomparire nel maelstrom in un parlamento che, a distanza di pochi mesi dalla fine della legislatura, ha le stesse capacità raziocinanti e progettuali di un pesce spada sul ponte di un peschereccio. 
E poi l'infinita e interminabile polemica sui vaccini, Totò Riina che non può tornare a casa sua (sia lodato il cielo), i miei torinesi che riescono a farsi un attentato con centinaia di feriti senza nessun aiuto dall'estero, le inchieste condotte da magistrati che si diramano in altre inchieste e ne provocano altre, scatenando polemiche, veleni, scambi di coltellate sotto il pelo dell'acqua... 
E Renzi, Renzi nostro che probabilmente ha già venduto l'anima al diavolo per tornare a fare il leader piacione davanti a una telecamera, ignorando che Mr. Mefistofele ne ha comprato a dozzine in questi mesi...
CAOS.
Non so voi, ma io ho la sensazione che quel poco di intelligenza che distingueva la nostra specie dalle mosche o dai ratti si stia sciogliendo al sole, quello evocato, secondo Trump, dai vili musi gialli cinesi pur di fermare The American Way of Life


Siamo sette miliardi. 
Già.
Ma non si può pensare di ridurre la sovrappopolazione umana a colpi di dieci-dodici morti per volta, oltre tutto uccisi a coltellate. Prendiamo esempio dalla Siria, dal Nord della Nigeria, dallo Yemen, posti dove i morti si contano a centinaia. E per chi non muore sul posto e vuole andare via il prima possibile, possiamo farlo imbarcare su un gommone insieme ad altre centinaia di nostri simili, con la possibilità concreta di fermarsi sul fondo del Mediterraneo. Bene, a colpi di centinaia di morti dovremmo riuscire a fermarci ai sette miliardi, perlomeno per qualche mese. 
Il ghiaccio che si scioglie, gli orsi bianchi che frugano nei bidoni, i trichechi senza ghiaccio, accatastati sulle spiagge dell'Alaska come a Riccione il 15 agosto... E la siccità in arrivo che ha già colpito duramente in Nigeria (guarda caso), nello Yemen (ma no), in Somalia e nel Corno d'Africa (ecco perché arrivano tanti eritrei...), in Sudan (...), in Siria, insieme alla guerra... insomma a guardarsi un attimo in giro – invece di scrivere colossali asinate sui social network – si scopre che: 

Nel mondo sono in corso 79 conflitti per cause ambientali, di questi 19 vengono considerati di ''massima intensità''; dal dopoguerra ad oggi sono stati 111 gli eco-conflitti. Ci sono 1,4 miliardi di persone che vivono in aree sottoposte a stress idrico. Non solo. Per il futuro sono previsti 250 milioni di rifugiati ambientali al 2050. (da A&E, Ambiente ed Energia, ANSA.it


Duecentocinquanta milioni di rifugiati...[*] ma vi rendete conto? Quattro volte (e qualcosa) il totale della popolazione italiana. 
Certo, nel tentativo di mantenere più o meno fisso il numero di sette miliardi sarebbe una buona politica quella di aspettare il quarto di miliardo di assetati stando acquattati dietro un titanico muro e/o spianando migliaia di mitragliatori. In fondo non faranno poi tanta resistenza... 
Appunto, CAOS.
Sinceramente fatico a mantenere il controllo dei nervi, in questa situazione. Le mie quattro stupide e patetiche idee sull'uguaglianza, la fraternità e la libertà mi sembrano sfiorite come i fiori a Damasco. 
Ma a quelle mi atterrò. E, grazie a Dio, non sono eterno. 
Comunque, oggi 8 giugno 2017, ore 19.37 mi auguro sinceramente che Corbyn ce la faccia. O che, quantomeno, riesca a far inciampare la May, con la sua faccia odiosa da capufficio a fine carriera. 
E che, magari, qualcuno riesca a spedire Trump a fare compagnia a Pietro Gambadilegno. 
Tanto non accadrà, ma lasciatemi illudere per poche ore...
 

[*] sempre se la situazione non peggiora, ovviamente.

29.5.17

Due nuove isole nell'Arcipelago di ALIA


In queste condizioni di temperatura non particolarmente agevoli – caldo, caldo, ancora caldo... e siamo solo a maggio – ho comunque lavorato e sono contento di offrirvi due inediti, da tempo annunciati e finalmente disponibili sia nel formato .epub che nel formato per kiddle
Si tratta de Il fantasma del Mare Imbrium, di Paolo S. Cavazza e di Il settimo Clone, del sottoscritto. 
Il fantasma del Mare Imbrium è una vicenda in apparenza assurda – l'apparizione di uno, anzi due fantasmi in una base terrestre sulla Luna – che l'autore riesce non solo a rendere credibile, creando una quantità ragionevole di suspence e facendo agire i suoi personaggi (e i suoi fantasmi) in un ambiente solo apparentemente noto e amichevole, ma che nasconde insidie letali. 
Quanto a Il settimo Clone, diciamo che è un modo per allargare la visione sui mondi della Corrente, permettendo di riunire molti punti di uno schema che è stato finora probabilmente un po' enigmatico. In sostanza, chi comanda nella Corrente? Ecco, questo romanzo – abbastanza lungo, per la verità – è un buon modo per rispondere a questa domanda. 
Ma non mi dilungo, dal momento che posso pubblicare parti delle due introduzioni ai testi. 
Dall'introduzione a Il fantasma del Mare Imbrium



Paolo Cavazza è un soggetto originale, caratteristica non abbastanza diffusa tra coloro che scrivono. E dal momento che si è parlato di originalità, la storia qui raccontata è una ghost-story ambientata sulla luna. Difficile pensare a qualcosa di più inverosimile, ammettiamolo. Di primo acchito viene da pensare a un'improbabile collaborazione tra Jules Verne e M.R.James o, in alternativa, a qualcosa di steampunk, magari scritto copiando a man bassa da J.P.Blaylock. Ma non è così, si tratta di purissimo Cavazza, una vicenda dove i fantasmi hanno ottimi motivi per esistere, sia pure in un ambiente tecnologico come una base lunare nel decennio 2070- 2080 e tra personaggi che non esibiscono il pallore diafano delle dame di epoca vittoriana né il coraggio sconsiderato dei loro uomini, pronti a liberare il castello dagli spettri inoltrandosi nei sotterranei armati di candelabri d'ottone.

I personaggi scelti da Cavazza affrontano il problema in maniera piana – verrebbe da definirla positivista – ma con un grado di incredulità e di panico perfettamente trattenuto che l'autore sa perfettamente descrivere. La vicenda si snoda tra gli elementi tipici di un'avventura spaziale – con quel tocco di abitudine tipico di un lavoro che non ha più molto di avventuroso – e momenti di autentico smarrimento, quando i personaggi devono riuscire a superare l'incredulità e provare a immaginare una spiegazione ragionevole a quanto avviene.

La soluzione al mistero del fantasma del mare Imbrium – il Mare delle Piogge, per chi non è pratico di topografia lunare – arriverà, come prevedibile, una volta superata la metà del testo, e sarà una spiegazione perfettamente tecnologica, ma che non scioglierà completamente i numerosi interrogativi sollevati, com'è costume del racconto gotico classico.

La sensazione che un fantasma abbia turbato le abitudini e i ricordi di non pochi dei personaggi resterà e come nelle migliori ghost-story fornirà un elemento di turbamento anche al lettore di fantascienza, abituato – si crede – a un tardo positivismo un po' arido.




E da Il settimo Clone: 

Alexis, mandato su Xiao-Metropolis, «il pianeta dei dirigibili e delle aberrazioni genetiche» a svolgere una missione tanto delicata e segreta da non essergli stata rivelata, è ormai in giro da un bel po' di tempo, gode della stima dei superiori e di qualche santo in paradiso, che ci tiene a mantenerlo in vita.

La vicenda vissuta da Alexis scorre parallela ad altre, con protagonisti homo e non, alle prese con problemi che declinano esasperandole e distorcendole situazioni che ben conosciamo: il razzismo, la divisione in classi sociali, i conflitti dovuti al colonialismo di Interra e la volontà di indipendenza dei pianeti popolati in ondate successive dai terrestri, l'importanza cresciuta a dismisura di supermultinazionali, le «Fiduciarie», che ora gestiscono letteralmente la vita dei vari pianeti, l'incapacità delle varie classi politiche di rispondere alle necessità e alle esigenze di tutte le vite sparse fra centinaia di mondi. Le forme di potere, politico, militare, economico si intrecciano, giocando partite complesse con mosse spesso ignorate da molti dei giocatori.

Questo vasto Mondo della Corrente, visto con gli occhi disincantati degli zoogeni, tanto umani da riflettere sul proprio ruolo e la propria identità ma troppo legati ai creatori umani da non riuscire a odiarli, si colora di malinconia, perché tutti, homo e moreauviti, sono orfani di un luogo, una patria che non sanno nemmeno più ricordare [...] Ne Il settimo clone il conflitto che ha contrapposto le forze del pianeta madre dell'Umanità e le colonie della Corrente è finito con la temporanea sconfitta dell'Egemonia di Interra, lasciando migliaia di reduci – soprattutto, ma non solo zoogeni – privi di lavoro e soprattutto di scopo. Creature adattabili ma in parte ormai superflue, gli zoogeni di Xiao-Metropolis sopravvivono nella parte sotterranea di Altstadt, la prima città fondata, un lumpenproletariat, che ha fatto di un mito l'ultima speranza: il misterioso Utente, capace di navigare nel substrato digitale senza lasciare tracce. L'Utente non è un superhacker, ma soltanto un progetto fallito della Chamaleon, la multinazionale biotecnologica, non ha bisogno di connessioni, si immerge nella Rete come un pesce nell'acqua e forse saprà guidare i reduci e tutti gli altri zoogeni verso una improbabile Redenzione. Ma è soltanto un leggenda, una via di mezzo tra Robin Hood e il re dei Topi, gli Umani possono dormire sonni tranquilli…


A questo punto non posso che invitarvi a scegliere tra i due formati proposti. Per .epub



E per il formato per kindle

QUI

e

QUI

Buona lettura a tutti, nonostante il calore... 


>>> Notabene: eventuali copie per recensione possono essere richieste a aliaracconti[at]fastwebnet.it 

24.5.17

Righe su righe [1]


Non sapevo più come chiamare questo spazio, dedicato come sempre alle mie ultime letture. Sicché ho provato una nuova formulazione per dire, sostanzialmente, la stessa cosa, ovvero che qui si parla delle mie ultime letture. 
Cinque libri, ai quali dedicherò – spero – lo spazio che meritano, anche se temo che lo farò in due o tre post. Cominciamo dall'ultimo dei tre volumi nei quali la Mondadori ha sbocconce... pardon, suddiviso la 31ª collezione annuale di sf curata da Gardner Dozois. 
Questa volta si tratta di nove racconti per un totale di 345 pagine con autori come Lavie Tidhar, Ian McLeod, Stephen Baxter e Ian McDonald. E fin qui...
...
Farò un piccolo inciso, che, volendo, si può anche saltare. 
Il problema è che un'antologia vive anche di un equilibrio interno, di sottili opposizioni e leggere congiunzioni che un buon antologista sa come orchestrare. Lo dico in base al dato di fatto che ho curato numerose antologia e so, come un direttore d'orchestra (della filarmonica di Scassaroppoli Scalo, va bene), che in una raccolta di racconti non hanno tutti lo stesso effetto sul lettore e che il racconto A sta bene accanto al racconto H perché è come un motivo ripreso e terminato, mentre il racconto B non va accanto al racconto J perché sono di tema o ambientazione simili e, in questo caso, danno l'idea di un'involontaria ripetizione. In sostanza i trenta e passa racconti posso immaginare siano stati assemblati a partire da queste premesse ma l'operazione mondadoriana è riuscita a ridurre l'antologia a una serie di racconti spaiati, presentati a distanza di troppo tempo e che hanno perduto qualsiasi assonanza o contrasto il buon Dozois vi abbia voluto inserire. Questo è probabilmente il motivo reale per il quale devo confessare che l'ultima parte dell'antologia mi ha lasciato comunque insoddisfatto, più o meno come un bùnet senza amaretti. 

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Non male il primo, Natura umana di Lavie Tidhar  anche se ho dovuto rileggerlo più volte per avanzare ipotesi sul/i  significato/i. Un buon racconto, in sostanza, anche se non immediatamente fruibile e probabilmente troppo breve per lo spazio concessogli. Decisamente buono Intrecciati, storia di una donna che non può più accedere profondamente alla comunità umana così com'è diventata. Il suo cervello è stato letteralmente ricostruito dopo un accesso di follia del fratello, Damien, e non può più collegarsi direttamente agli altri divenendo "intrecciata". La frase introduttiva al racconto: «La storia toccante di una donna che vive sola e isolata, tagliata fuori da tutti gli altri... anche se gli altri sono con lei, nella stessa stanza» risulta oscura finché non ci si immerge nel testo. Earth I di Stephen Baxter è un discreto racconto, ambientato tra un'umanità che ha perduto ogni ricordo del proprio pianeta d'origine e che ritroverà al termine del racconto. Prolisso e ovvio, si è tentati di giudicarlo, ma non è esattamente così e la visione tecno-religiosa di questa umanità ultrafutura ha comunque il pregio di stupire. Un po' lungo, se si vuole, ma leggibile. Technarion di Sean McMullen è il racconto di come l'umanità tenta (inutilmente) di sopravvivere a «computer e intelligenza artificiale», ovvero a una guerra tra uomini e macchine iniziata ai tempi dell'Inghilterra vittoriana. Senza infamia e senza lode. Non molto meglio Cercatori di Melissa Scott, dove la ricerca di Materiali Ancestrali premierà con l'immortalità una povera minatrice. Una vicenda dal gusto di un vecchio western, decente ma nulla di più. 
Sarà per la povertà dei racconti che l'hanno preceduto che ho trovato L'aria della Regina della Notte di Ian McDonald un genuino pezzo di bravura, frizzante e animato, con personaggi vivi e vitali e un finale realmente sorprendente. Provate a immaginare una guerra tra la Terra e Marte, con i terrestri che cercano di occupare Marte e un conflitto che si trascina stancamente come la guerra del Vietnam. Aggiungete alcuni artisti chiamati a rallegrare le truppe, magari non proprio grandissimi artisti ma star con una grossa carriera dietro le spalle e ora sul viale del tramonto. Immaginate i capricci, i malfunzionamenti, gli equivoci, le scenate, i problemi di soldi, la guerra che impazza e i gusti singolari del monarca del marziani. Non aggiungo altro, ma diciamo che questo racconto, in tutto 36 pagine, vale da solo il prezzo dell'antologia.
Vivide stelleHard stars, il titolo originale elimina ogni involontario equivoco creato dal titolo italiano – di Brendan DuBois, è la storia di un assedio condotto sul territorio degli USA da droni nemici, che colpiscono qualunque genere di attività elettronica e che stanno conducendo il paese a un medioevo tecnologico. Un tema particolarmente interessante anche se, inevitabilmente sacrificato in una ventina di pagine. La promessa dello spazio di James Patrick Kelly è la cronaca del dialogo tra l'astronauta Andy, rientrato da una sfortunata missione che lo ha privato della memoria e sua moglie Zoe. Andy si fa raccontare la propria vita da Zoe, cerca di ricostruirla mediante poveri sussidi alla memoria ma a ogni incontro è costretto a ricominciare da capo. Un tema degno di Oliver Sacks, dignitosamente condotto. Il racconto finale, Redivivi di Damien Broderick, è in sostanza un romanzo breve dove i viventi e i "rianimati" – ovvero i morti – si trovano a dover condividere la Terra, i vivi nelle loro città, i redivivi nelle Città Fredde, entità protette contro il silenzioso, malevolo rancore dei viventi. Una storia di persecuzione e di intolleranza contro i morti che non si vogliono rassegnare al loro destino e che continuando a esistere e a vivere – anche se menomati in non poche caratteristiche, a cominciare da una vita sessuale reale – costituiscono un'evidente ribellione alla volontà delle molte religioni che dominano il mondo. Un romanzo amaro e disperante che, partendo da un tema in apparenza assurdo, giunge a rendere evidente il peso insostenibile della religione nell'esistenza e nella vita sociale di tutti. 


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Si può dare un giudizio dell'antologia di Gardner Dozois, servita da Mondadori in tre portate separate? Temo di no, o almeno un parere che non può prescindere dalla separazione del testo. D'altro canto, a volersi mettere nei panni dell'attuale Mondadori – panni che mi stanno particolarmente stretti e scomodi – mi rendo conto che un volume unico avrebbe avuto un costo tale da risultare inadatto alla distribuzione in edicola e a forte rischio di un mancato rientro nei costi. Tuttavia... , tuttavia la fantascienza ha gli stessi diritti di qualunque altro genere di letteratura e onestamente fatico a comprendere un motivo che non sia puramente commerciale per lo smembramento dell'antologia. Vale la pena di leggerla, in ogni caso? La risposta la potete trovare qui e qui oltre naturalmente in quest'ultimo post. Il mio personale consiglio è quello di acquistare i tre volumi in e-book, riunirli valendovi della collaborazione di un pc e provare a leggerli tutti insieme. Riuscirete a farvi un'idea sicuramente più ricca e sfaccettata del testo e avrete un panorama più completo della sf attuale, un panorama che non somigli a un reperto da sala settoria. Per il futuro possiamo contare sulla buona volontà mondadoriana di dividere se non altro solo in due la prossima antologia di Dozois...
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Troppo, troppo spazio. Gli altri quattro libri andranno tutti insieme in un prossimo post. Che verrà dopo che avrò terminato il lavoro su Il settimo Clone, titolo definitivo del vecchio Un problema di tempo. Ci vorrà un po' di tempo, temo, ma cercherò di sbrigarmi. 



Ultima riflessione, del tutto gratuita, meschina e pettegola. 
Sono appena rientrato dal Salone, malauguratamente privo di Mondazzoli, che ha tentato – fallendo – un Salone alla milanese, come il risotto. Non è una soddisfazione da torinese vendicato, ma la gioia di aver assistito al fiasco di certi manager, convinti che si possa copiare un evento come il Salone di Torino semplicemente cercando di batterlo sul tempo e limitandosi a offrire ostinatamente i propri libri, peraltro disponibili ovunque. 
Il pubblico del Salone ha superato i 140.000 visitatori, nonostante mancassero Mondazzoli e Gems. 
Peggio per loro.
Forse è ritornato il momento di pensare da editori e non da manager...

16.5.17

Tempi amari


La notizia è di ieri e non posso far finta di nulla. 
No, non parlo del padre di Renzi né dell'ultima cretineria di Donnie Trump, ma del fatto che Nocturnia, il notissimo blog sia stato costretto a interrompere le pubblicazioni a tempo indeterminato.
È probabile che conosciate già Nocturnia, ma nel caso che non sapeste di cosa si tratta dovreste (dovete!) farci un salto e dare un'occhiata. Il blog di Nick il Noctuniano è stato finalista al premio Italia come blog dedicato al fantastico/sf/horror ed è tuttora in corsa per l'edizione che si chiuderà presto. Nel blog potete trovare interviste a grandi autori del fumetto e del fantastico contemporaneo – l'ultima intervista è stata a Tricia Sullivan, autrice di Selezione Naturale, pubblicato nel 2016 da Zona42 – sia italiani che stranieri, i celeberrimi Dossier Notturni, dove Nick presenta ai suoi lettori eventi misteriosi tuttora non spiegati, come Lo strano caso di Passo Dyatlov e segnala che cosa si muove nel settore del fantastico in Italia. 
Inevitabile ammetterlo, ho sempre provato un'invidia divorante mista a un'ammirazione smodata per il blog di Nick di Noctuniano, che riusciva a farmi trascorrere momenti di ritrovata passione anche quando ero letteralmente molto lontano con la mente. E non è poco, davvero, non è poco.
Ma il motivo della sospensione – sperando che di semplice sospensione si tratti? Molto semplice, Nick ha finalmente ritrovato un lavoro, sia pure part-time dopo essere stato «scaricato» dalla ditta [liquidata] con la quale aveva collaborato per anni, Il problema, per quanto riguarda il blog è, lasciando la parola a Nick: 

Il nuovo lavoro m'impedisce di curare Nocturnia come vorrei, certo si tratta di un part- time ma che presenta tanti spezzati, quindi spesso anche se lavoro in un giorno tre o quattro ore, il più delle volte mi tocca stare fuori l'intera giornata in attesa tra un' ora di lavoro e l'altro.



In sostanza un tipo di lavoro – irregolare, part-time e con frequenti tempi morti – che sembra divenuto la regola di questi tempi. Un lavoro disperato – lasciamelo dire, Nick – ma che chi ha superato una certa età non può decentemente rifiutare. 
In sostanza un blog costretto a eclissarsi per lavoro, sperando che il nostro noctuniano trovi perlomeno un minimo di soddisfazione nel farlo. 
Il titolo di questo blog «tempi amari» trova la sua spiegazione in questa necessità di lavorare che cambia profondamente il modo di vedere la nostra attività e, di conseguenza, la vita stessa. Non so, ma ci rendiamo conto di come la nostra situazione è cambiata e sta cambiando? Di come gli spazi per condurre una vita vera e genuina si vanno via via riducendo?
Certo, in fondo si tratta soltanto di un blog, un'attività che può cessare da un momento all'altro, ma con un prezzo da pagare in fantasia e joie di vivre che nessuno sa né può calcolare. Ed è un peso, assolutamente virtuale ma fondamentale, che nessuno sa quanto possa contare nella vita di noi tutti.
Ritorna appena puoi, Nick. È importante.

  

6.5.17

Letture quasi obbligate


Capita, oltre che di leggere, anche di dover leggere per impegni presi o altre necessità improvvise e indifferibili. È quello che mi è successo nel corso della scorsa settimana per assolvere a un impegno preso con una rivista che ha commissionato a me e a Silvia Treves un articolo sul tema «Robot, androidi, cyborg e altri esseri semiumani» (il titolo è di mia invenzione), con particolare riferimento a quanto hanno a suo tempo scritto gli autori italiani all'inizio del secolo passato. 
La mia prima reazione è stata: «Ma gli italiani hanno scritto qualcosa sul tema? Maddai!», ma ho dovuto prendere nota – una volta di più – della mia ignoranza: non che abbia trovato poi moltissimo, ma qualcosa c'è anche nel mondo semidimenticato della narrativa d'anteguerra (prima della Prima Guerra Mondiale) e dell'interguerra. 
Ovviamente il primo soggetto al quale ho pensato è stato Emilio Salgari, che sapevo comunque appassionato alla scienza fantastica – il termine «Fantascienza» è nato nel 1952, inventato da Giorgio Monicelli –, anche se non un grandissimo produttore di avventure nel futuro. Il libro di riferimento, in questo caso, è stato Le meraviglie del 2000, pubblicato da Bemporad nel 1907 e ambientato nel mondo del 2003.

Leggere Le meraviglie del 2000 è stato comunque un piacere, anche se leggendo è finita col comparire quella che qualcuno ha definito «la visione piccolo-borghese di un italiano di fine '800». Un'affermazione in qualche punto condivisibile, certo, ma ciò che mi ha colpito di più è stata la sottile amarezza con la quale Salgari racconta il mondo di domani, un mondo divenuto insostenibile per eventuali visitatori dal passato perché inquinato da un eccessivo uso di energia elettrica, tanto da rendere «elettrici» anche i suoi abitanti. A colpire è anche la mancanza dell'enfasi trionfalistica – tipica del buon vecchio Jules Verne – nell'enumerare i progressi tecnologici e il sottile sentore di perfida burla che sembra animare il racconto di ogni novità tecnologica, senza contare la semplicità a tratti brutale – gli anarchici deportati ai poli, per fare un esempio – con la quale vengono affrontati i problemi relativi all'ordine pubblico e l'inevitabile resistenza umana ai cambiamenti imposti dal ritmo troppo rapido di mutamento. Se a questo aggiungiamo la sostanziale scomparsa del mondo animale, obbligato a tentare di sopravvivere in un piccolo arcipelago, nasce la sensazione non passeggera che in realtà Salgari abbia scelto – più o meno consapevolmente – di raccontare una distopia, utilizzando il vocabolario di un ottimista a oltranza. Esemplare, da questo punto di vista, la chiusa del romanzo, con i due protagonisti, esuli dal passato, ricoverati in un manicomio e giudicati malati inguaribili in quanto non adattati alla vita «elettrica» condotta dai loro consimili. Un curioso tipo di umorismo, viene da pensare, che mi ha ricordato taluni racconti di P.K.Dick con finali beffardamente crudeli, sul'esempio di Modello 2, un vecchio racconto dove non solo l'umanità viene distrutta dai robot ma i robot stessi hanno iniziato una guerra tra loro...


Altro libro letto è stato L'uomo di fil di ferro di tale Ciro Kahn. «Tale» in questo caso non ha nulla di dispregiativo, dal momento che dell'autore vero e del suo vero nome nulla si sa, nonostante abbia trascorso una buona mezz'ora di ricerca biografica. Di Ciro Kahn mi è anche passato per le mani un racconto del 1931, «Il fabbricante di diamanti», pubblicato su Il Romanzo d'Avventure n° 82, rivista dell'epoca. Un ottimo racconto, carico di un'angoscia fredda e ormai consumata, in tutto e per tutto degno dei coevi racconti di autori d'oltreoceano.
«Ossignùr, ma parli come un uomo della prima metà del secolo scorso... coevi... d'oltreoceano... e la perfida Albione?»
Va bene, va bene. Temo che il contatto con l'italiano letterario dell'epoca di Salgari e Kahn mi abbia contagiato. Ma posso affermare senza tema di smentita... 
«Ricominci?»
No, no... dicevo che posso affermare che L'uomo di fil di ferro è un romanzo quantomeno interessante, sia per il protagonista, un uomo di ferro in senso proprio, il genere di robot che viene investito da un camion e nello scontro è il camion ad avere la peggio, sia per la vicenda narrata, quella di una rivoluzione fallita, raccontata con una sottile dose di perfidia non tanto verso i robot, quanto verso le forze dell'ordine, ovviamente quelle del fascismo dell'epoca futura, nella fattispecie del 1998. Quanto all'Italia raccontata da Ciro si tratta di un paese avveniristico e avanzatissimo, con una capitale degna di tanto progresso, ovvero, per citare il sito dal quale ho scaricato gratuitamente il libro, Finisterrae



Roma del 1998, metropoli futuribile e paradiso futurista di vetro e cemento, con treni velocissimi, marciapiedi mobili e pubblicità onnipervasiva

Ovviamente non proverò nemmeno a immaginare cosa avrebbe detto della Roma reale del 2017 lo stesso Kahn... 


Ho infine riaperto per motivi legati allo stesso articolo, l'antologia Le aeronavi dei Savoia, a cura di Gianfranco De Turris, un'antologia dedicata alla «fantascienza prima della fantascienza», ovvero a una serie di racconti apparsi su riviste dal 1891 (Il chiesofono di un certo P.) fino al 1952 (La fine di Venezia di Berto Bertù), per la maggior parte racconti gradevoli o quantomeno sorprendenti. La fede politica del nostro comunque bravo e appassionato De Turris, tra l'altro curatore di diverse opere di letteratura fantastica presentate qui, è testimoniata da un paio di racconti, il primo scritto dal vicesegretario del PNF, Salvatore Gatto, nel 1931, Vita delle comete, il secondo scritto nel 1948, Non votò la famiglia De Paolis, di Donato Martucci e Uguccione Ranieri, dove ci viene presentato l'esito favorevole alle sinistre delle elezioni del 1948 e il susseguente imporsi di Giuseppe Stalin sulla povera Italia. 
Per il resto ho comunque dovuto riprendere in mano classici della sf e libri quantomeno particolari, come Lo zar non è morto, romanzo ucronico scritto da un «gruppo dei dieci» che comprendeva tra gli altri Massimo Bontempelli e Filippo Tommaso Marinetti. Ma di questo libro credo parlerò una delle prossime volte. 


   

26.4.17

Leggere, scrivere, ascoltare


Che musica ascoltate mentre leggete o scrivete? 
Una domanda futile, in apparenza, ma forse non poi così tanto. Personalmente ho sempre ascoltato musica in cuffia mentre scrivevo. Posso citare letteralmente un album o più album per ognuno dei pezzi a suo tempo scritti.  In qualche caso il disco di sfondo era un vero tormentone, ricordo che una volta giunto al termine «Outside» di David Bowie lo rimettevo da capo, anche tre o quattro volte. Il che potrà sembrare delirante, me ne rendo conto, ma il sottofondo musicale non era ascoltato in quanto tale ma semplicemente per fornirmi un ritmo adeguato al testo che stavo scrivendo. Come è ovvio non darò giudizi sulla qualità di ciò che componevo, ma posso assicurare che alla chiusura del romanzo non ho gettato il disco dalla finestra. 
Discorso quasi identico posso fare per Clutching at Straws dei Marillion, per Hounds of love e Aerial di Kate Bush (e per gli altri dischi dell'autrice inglese), per Friend's Friend's Friend e The house on the Hill degli Audience, per Starless and Bible Black e per altri dischi dei King Crimson, per 50th Windows dei Massive Attack, per Spiegel im Spiegel di Arvo Pärt, per Homogenic di Björk, per Music for Airport di Brian Eno (sei ore e passa di musica) e per altri artisti che, al momento, non ricordo. Piccola nota a margine: nonostante la mia insana passione per la Neue Deutsche Härte non ascolto praticamente mai gruppi mitteleuropei per non distrarmi nel tentativo più o meno riuscito di tradurre i testi delle canzoni, cosa che non tento di fare con i gruppi di lingua inglese.
In ogni caso un mix che mi sgomenta, anche perché fatico a trovare un filo rosso che unisca gli artisti elencati. Se infatti è relativamente facile creare un legame – gotico & romantico – tra The House on the Hill (tra l'altro un titolo che ricorda The Haunting of Hill House, grande romanzo di Shirley Jackson) e Wuthering Heights, i legami tra Björk e Brian Eno sono probabilmente molto più vaghi di quanto si possa ipotizzare.
Legami con ciò che si scrive? 
Difficile dare una risposta univoca. In linea di massima inclinerei per il NO, anche perché i crescendo drammatici di alcuni pezzi non si accordano con quanto andavo scrivendo. Più efficace o presente può essere un ritmo realmente incalzante come quello di Hello Spaceboy da Outside, anche se il risultato può talvolta essere l'interrompere la scrittura per tenere il tempo col piede. 



Più complessi o forse, in realtà, meglio comprensibili sono i rapporti con i brani «minimalisti» come l'interminabile Music for Airport, che si limitano a creare un tappeto musicale sul quale – mi illudo – le parole possano correre più agevolmente. 
Diverso il discorso per quanto riguarda l'attività di editing o, banalmente, di correzione di testi propri e altrui, un'attività che non ammette distrazioni. Se sono solo in casa tutto bene – gatta e cana non disturbano – se non lo sono mi infilo le cuffie e ascolto musica classica del '900, in genere Terry Riley o Steve Reich. O ciò che mi propone You Tube con esiti non sempre perfettamente adeguati. Mentre leggo, viceversa, non ho bisogno di musiche di accompagnamento. Posso leggere, in realtà, anche in mezzo a una strada o con il resto della famiglia che discute, commenta o si scambia impressioni, talvolta intervenendo, anche se non sempre perfettamente a proposito, temo. 
In quest'ultimo periodo ho incontrato Simeon ten Holt, compositore olandese nato nel 1923 e morto nel 2012, e in particolare con il suo Canto Ostinato per quattro pianoforti, composizione degli anni '70 che non mi stanco di riascoltare, sia nella versione per quattro pianoforti che in quella per due pianoforti e due marimbas. 
A questo punto non posso che offrirvene un assaggio. O anche tutto, tenendo conto che supera l'ora di lunghezza.