21.9.16

Torino-Milano e la fine del libro


A quanto pare siamo alla fine degli incontri e dei tentativi di trovare un accordo. Davanti ai ministri della cultura e della scuola le due delegazioni, torinese e milanese, hanno concluso il loro inutile incontro con un nulla di fatto. Che poi esistesse anche solo una vaga possibilità di trovare un accordo era presumibilmente da escludere. La delegazione dell'AIE aveva già fissato la presentazione del Salone di Rho per il 5 di ottobre, cosa che dà l'idea della loro buona volontà.
In realtà l'AIE già da tempo ha deciso di puntare su un salone del libro di tipo diverso, dove i grandi editori potranno presentare i propri libri davanti a un pubblico più ampio – l'area milanese da sola acquista poco meno del 20% dei libri venduti in Italia – e focalizzando la manifestazione sul suo valore esclusivamente commerciale, senza perdere tempo e denaro in un'organizzazione che non controlla. In sostanza gli editori – i grandi, capeggiati da Mondadori e dalla GEMS (Longanesi, Guanda, TEA ecc.) – hanno deciso di fare da soli, creando una fiera del libro che abbia come primo e fondamentale elemento la vendita, sia pure cercando di non rinunciare all'eventuale sostegno del ministero della cultura.
La proposta fatta alla delegazione torinese e alla Fondazione per il libro, guidata da Massimo Bray  – un Salone in minore organizzato esclusivamente dai librai – aveva un sapore sottilmente macabro, tanto più tenendo conto del numero di librerie che hanno chiuso negli ultimi 2-3 anni. In realtà è semplicemente accaduto ciò che si preparava da tempo: la fuga da Torino e l'autorganizzazione da parte dell'AIE. 


Personalmente, e non è la prima volta che lo scrivo, non ho mai avuto particolare simpatia per la manifestazione locale e non posso nemmeno dirmi stupito dell'iniziativa dei grandi editori, preoccupati in primo luogo delle vendite e del ritorno in termini economici di un'iniziativa nazionale, ma diciamo che c'è modo e modo per affermare la propria volontà. Diciamo che lo stile mondadoriano, che ho potuto apprezzare in diverse occasioni in qualità di libraio, fatto di tracotanza, sicumera e scarsa considerazione per gli interlocutori, ha avuto la sua parte nell'incontro fallito. 
La sorte dei piccoli e medi editori è ovviamente l'elemento che costituisce il discrimine profondo tra le due possibili manifestazioni. Nel corso del mese di luglio una serie di medi editori ha firmato una lettera di sostegno al Salone di Torino, dichiarando la propria sostanziale contrarietà al Salone di Milano:

Gentile Fondazione per il libro, la musica e la cultura, abbiamo appreso con sollievo in questi giorni la forte determinazione di Regione Piemonte, Comune di Torino, Mibact, Miur e Intesa Sanpaolo a proseguire nell’esperienza del Salone del libro. La fiera torinese è a tutti gli effetti un patrimonio culturale italiano, percepita sempre più anche dagli operatori editoriali stranieri come momento significativo di incontro, confronto e lavoro comune…
(Da «La Stampa»)

La lettera è stata firmata da Laterza, Sellerio, E/O, Bao, Voland e altri. In sostanza a questo punto la palla rimane in mano a Sanpaolo Intesa, al comune di Torino, alla regione Piemonte e al ministero. 
Dalle reazioni degli enti locali, Chiamparino e Appendino in prima fila e dal sostegno dichiarato del Sanpaolo Intesa parrebbe che il Salone di Torino si terrà comunque. E, in quanto operatore nel settore non posso che dirmene soddisfatto. 


In fondo si tratta di un tema che ho, in forma diversa, già affrontato centinaia di volte: il problema della bibliodiversità nel mondo del libro, un problema che i grandi editori non si sono mai posti e che risulta a loro del tutto estraneo. È ovvio che è l'esistenza di un settore editoriale librario ricco e diversificato a permetterci di leggere libri nuovi e sorprendenti, ben diversi dalla produzione midcult dei grandi marchi. Scopo del Salone di Rho non è questo, non è quello di sostenere la cultura ma unicamente i bilanci dei grandi editori. Non resta che sperare che il nuovo Salone di Torino – nella speranza che sopravviva – possa qualificarsi come un vero Salone del Libro futuro. Non ci credo, ma sono disposto a scommettere. E conto di essere presente alla XXX edizione del Salone. 
Ultimissima cosa: l'elezione di Appendino ha portato con sé molto polemiche, particolarmente da parte di Fassino che ha ritenuto di essere stato ingiustamente punito dall'elettorato. Ma finora non posso che dirmi soddisfatto della nuova sindaca di Torino [*]. 



[*] anche per il blocco delle varianti al piano regolatore proposte della precedente giunta.    


15.9.16

Letture estive


Non è poi tanto originale, come titolo. Devo avere altri tre o quattro post con lo stesso titolo sparsi nei post degli anni precedenti. 
Il libri letti e in qualche modo digeriti sono stati sette o forse otto – non rimetto sempre al loro posto i libri letti , ma credo che andrà bene se riuscirò a presentarne qui più o meno la metà. 
Il primo a venirmi in mano è un saggio di attualità, Tecnobarocco, Einaudi editore, scritto da Mario Tozzi, ricercatore presso il CNR e conduttore di programmi televisivi dedicati all'attuale situazione ambientale. Sottotitolo del libro è Tecnologie inutili e altri disastri  e la micropresentazione riportata in copertina recita: «...un saggio per fare a meno del superfluo, ritrovando il senso autentico del progresso culturale e scientifico» 
Tutto vero? Sì, penso di sì. Curioso come Tozzi riprenda temi a suo tempo approfonditi da Rifkin, Diamond, Viale, Tiezzi ed altri e faccia involontariamente riferimento proprio a I Signori del Silicio di  Morozov che ho recensito qui. Il tema fondamentale di Tozzi è che «il condizionamento pubblicitario, la globalizzazione e gli interessi economico - politici non consentono alcun margine di intervento dal basso: a decidere è soltanto il mercato». La necessità di "innovare" a ogni costo è evidentemente figlia di una concezione commerciale del progresso tecnologico, grazie al quale vorrai gettare il prodotto tuttora efficiente per procurarti il modello più recente dello stesso genere di prodotto. È il caso di ricordare le varie generazioni di i-phones e prodotti similari nati per renderci tutti, volenti o nolenti, perennemente connessi? O le TV cambiate ogni due o tre anni? E la titanica produzione di plastica che, una volta scaricata in mare, gira eternamente e ogni anno uccide un milione di uccelli marini...

Ecco l'inganno tecnologico rivelato in tutto il suo portato devastante nel caso delle plastiche: la tecnologia apparentemente ti semplifica la vita, ti tira persino via dalla povertà e non ci sono conseguenze personali, nell'immediato, da pagare. Peccato che [...] il prezzo lo paghi l'intero pianeta e, in ultima analisi, l'umanità stessa. 

Letteralmente non si salva nulla nella requisitoria di Tozzi, dall'uso debordante dei social network fino a tutti i possibili Ponti sullo Stretto. A pagina 83 propone di «scardinare la globalizzazione» e a pagina 85 scrive che «la tecnologia barocca distrugge la sfera personale e la vende sul libero mercato». Un libro quantomeno molto interessante, che paragona, secondo criteri non banali e finalmente complessivi, il dirigibile con l'aeroplano, la bicicletta con l'autovettura, l'auto ibrida con l'auto a benzina, persino la carta riciclata con la carta igienica, giungendo sempre a dimostrare come le abitudini più diffuse sono anche le più pericolose per il pianeta. 
Principale difetto del libro è da un lato una certa confusione dovuta alla quantità di temi affrontati, dall'altra una inevitabile difficoltà per giungere ad articolare proposte alternative, tanto più tenendo conto del peso e della onnipresenza del Capitale.

Il capitalismo sfruttatore dell'ambiente non crollerà sotto il peso delle sue eventuali contraddizioni interne, ma a causa del prezzo che sta facendo pagare a tutti.

Cosa aggiungere? Non molto credo, anche se non è affatto facile cominciare a ragionare sulla catastrofe che matematicamente ci aspetta nell'immediato futuro. 
...
L'Orrore e altre storie del soprannaturale di John Berwick Harwood è un volume della collana Impronte, pubblicato dalle edizioni Hypnos nel febbraio 2014. Un libro di formato e di concezione particolarmente gradevoli che raggruppa quattro racconti con testo originale a fronte tratti dalla produzione di Harwood, scrittore poco noto ai nostri giorni ma letto nell'Inghilterra di metà Ottocento, anche se più per il suoi romanzi storici e di costume che per la sua limitata produzione di ghost stories. A presentare l'autore e i suoi testi il curatore dell'edizione, Claudio Di Vaio, con la sua ottima (e ormai divenuta rara) postfazione, giustamente posta al termine del volume. 
Un appassionato di ghost-stories può vivere senza aver letto John Berwick Harwood? Beh, a una domanda tanto diretta non si può dare che una risposta sfumata e poco impegnativa: forse. Le storie di Harwood sono ottimamente composte, scritte con garbo e con una notevole attenzione verso i caratteri femminili – uno degli elementi che indussero alcuni critici a ritenere che J.B.Harwood fosse lo pseudonimo di una scrittrice – ma i suoi fantasmi, anche se ottimamente introdotti risultano essere un filino troppo ovvi per una generazione di lettori che ha alle spalle migliaia di storie dell'orrore. La costruzione della vicenda è comunque rimarchevole – un narratore in prima persona, un incubo che ha spezzato la propria vita, il lento ricostruire della vicenda per i lettori, i presagi e le sensazioni e finalmente l'apparizione – e L'Orrore, il racconto che apre l'antologia, è assolutamente esemplare, da questo punto di vista.
Leggerlo è stato comunque divertente, anche se non ha aggiunto molto alla mia conoscenza di gotico. In compenso debbo ammettere che ha aggiunto qualcosa alla mia conoscenza di anziane nobildonne inglesi del XIX secolo e ai complessi e non facili rapporti che correvano tra loro. 
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Qualche riga e non di più per un libro del 1996 di George R.R.Martin, pubblicato per la prima volta nel 2015 nei Millemondi di Urania. Si tratta de Il viaggio di Tuf (Tuf Voyaging), una raccolta di sette racconti che si svolgono in un universo sul modello di Star Trek e dal personaggio di Haviland Tuf, ex-mercante con una passione smodata per i gatti, divenuto unico padrone di una colossale astronave, l'Arca, «Nave inseminante per la guerra biologica appartenente al corpo genieri ecologici» a suo tempo di proprietà dello scomparso Impero Federato. 
Tuf è un individuo alto, molto alto, dotato di un'epa considerevole e capace di una calma assoluta e disumana. Si esprime con estrema proprietà, è un uomo maledettamente intelligente che tuttavia non tollera l'eccessiva vicinanza con i suoi simili. Inutile dire che mi ha ricordato – al limite dell'inconscio plagio – il personaggio di Nero Wolfe e mi sono gustato i suoi modi lunari anche in condizioni di (sua) assoluta emergenza. Tipico dello stile di Martin il numero di morti, feriti, distrutti, rovinati, perduti, eccetera enumerati nel testo. Particolarmente divertente il racconto che apre la raccolta e che sancirà il passaggio di Haviland Tuf da mercante a «geniere ecologico», una sorta di Dieci piccoli indiani messo in scena in un'astronave lunga 30 chilometri... 
Ma ognuno dei racconti, in ogni caso, permette all'autore di esprimere il suo parere su alcuni temi di rilievo come il sovraffollamento o l'incuria per l'ambiente, senza trascurare temi solo in apparenza secondari come i duelli tra animali.
Un'antologia che, dopo un inizio fulminante, finisce per accumulare qualche segno di stanchezza ma che rimane comunque una lettura degna del tempo che gli si vuole dedicare. 
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Walter Tevis, per chi non lo ricordasse, è l'autore de L'uomo che cadde sulla Terra, romanzo di sf di notevole intelligenza, spessore e impegno, che lessi molti anni fa e che tuttora ritorna nel ricordo con una punta di dolore per la sorte di Mr. T.J.Newton, unico disperato alieno su un pianeta spietato come la Terra. E Tevis è anche l'autore de La regina degli scacchi, (titolo originale The Queen's Gambit, Il gambitto di regina) , romanzo non di genere, nato, si suppone, sia per la passione verso il gioco degli scacchi che per l'esperienza – assolutamente autobiografica – del rapporto di dipendenza con i tranquillanti
Beth Harmon, protagonista del libro, all'apertura del libro è una bambina che sopravvive come può in un orfanotrofio dove è abituale l'uso di psicofarmaci per mantenere tranquilli i bambini. Beth non può letteralmente sopravvivere se privata di tranquillanti e non ha una vita sociale particolarmente rilevante, se si esclude la coloured Jolene, amica sincera ma non di carattere facile. Nel corso di una spedizione nel magazzino per conto della sua insegnante trova il custode impegnato in una curiosa partita con se stesso, una partita a scacchi. Il custode, da vero appassionato, insegna tutto ciò che sa alla giovane Beth che si rivela un'alunna molto dotata, tanto che ben presto si troverà impegnata in partite e tornei, nonostante il boicottaggio della direttrice della sua scuola. 
Adottata da una coppia – la cui metà maschile presto se ne andrà per conto proprio – Beth si troverà ben presto libera di giocare. Non solo, la sua matrigna, una donna candida e ingenua, finirà per divenire una delle sue tifose. Il talento di Beth fiorisce, diventa presto la più giovane maestra di scacchi americana, vince il titolo nazionale fino a incontrarsi con i grandi maestri mondiali.
Ma la sua crescita ha un prezzo: Beth è comunque sempre una ragazza sola, una particolare varietà di autistica incapace di vivere a lungo senza doversi rifugiare nel rapporto con gli psicofarmaci e i suoi rapporti con l'altro sesso sono casuali, improntati e determinati dal comune rapporto con gli scacchi.
Strano a dirsi ma sono proprio le partite a scacchi a fornire ritmo al romanzo, a raccontarci molto da vicino qual è lo stato d'animo e le procedure – tanto umorali quanto raffinatamente cerebrali – di chi si misura (e misura se stesso) in un gioco antichissimo e più crudele di un duello. 
Beth non vuole abbandonare gli scacchi e con essi il suo unico e miracoloso talento e il lettore non può che schierarsi con lei nonostante il suo essere una femmina distratta e immatura e, in non pochi momenti, una bambina insensibile, impasticcata e disperata. E con lei si schiera anche l'autore di questo affascinante e curioso romanzo che vede tra i protagonisti anche i 32 pezzi della scacchiera. Da non perdere. 
Quanto all'essere assi della scacchiera per poterne godere, posso tranquillizzarvi: ho imparato a giocare a scacchi abbastanza per sconfiggere più volte mio padre in giovane età, poi, una volta compiuto tale cerimonia di sapore freudiano, ho finito per dimenticarmi dell'esistenza degli scacchi. Anche se ne ammetto il sinistro e profondo fascino. 
...
Mi fermi qui, anche perché ho romanzi di notevole caratura che aspettano pazientemente il loro turno e non posso sbrigarli in poche righe.  
Concludo preavvisando qui – anche se poi lo ripeterò ovunque – che ALIA Evo 2.0 in forma stampata sarà disponibile dall'inizio di ottobre. Costerà a bellezza di € 19,50 per più di cinquecento pagine... Si poteva far costare meno, certo, ma si sarebbe letto col microscopio.