17.1.17

Grillo, in ogni caso.



Questo non è un post in alcun modo politico, ovvero che prende decisamente posizione, ma semplicemente la storia dei miei rapporti con il movimento di Grillo e i suoi grillini. Un rapporto che non posso definire come problematico, se non altro perché ho provato molto raramente fiducia nel M5S (fiducia? No, vabbé, curiosità), ma che comunque mi insegue, dal momento che è diventato difficile provare a ragionare sulla situazione attuale in Italia senza andare a sbattere nel MoVimento.
Un tema che si è manifestato improvvisamente con le elezioni regionali in Piemonte, quelle del 2010 che videro l'affermazione di Cota. 
Furono eletti all'epoca consiglieri regionali Davide Bono (Torino) e Fabrizio Biolé (Cuneo). Il primo è tuttora un consigliere regionale ed un convinto esponente dei 5 stelle mentre il secondo è stato espulso dal movimento già nel 2012 «per la sue posizioni troppo di sinistra» e per contrasti con Davide Bono. Attualmente Biolé fa il Sindaco di Gaiola (CN) e non fa più parte del M5s.
Allora, nel 2010, un collega in libreria mi spiegò i grossi pregi dei 5 stelle. Lui, come me, aveva votato SEL ma era stato evidentemente colpito dai modi e dalle convinzioni dei nuovi consiglieri. Lo ascoltai assentendo, ma con la sensazione che sulla semplice morale personale fosse in realtà impossibile costruire una visione politica. Un po' come urlare «Onestà, onestà» non è la garanzia di nulla. Essendo di formazione (ahimé) marxista, faticavo a concepire una forza politica basata sul regolamento delle Giovani Marmotte. 


Ho avuto altre occasioni di incontrare membri del MoVimento. In particolare ricordo un giovane esaltato che mi ha inseguito per due isolati cercando di convincermi che votare a sinistra non serviva a nulla e che l'unica via per una persona onesta era quella di votare per il M5S. Mi ricordo che ne fui particolarmente urtato, non tanto per la tesi paradossale in sé ma per la luce di convinzione assoluta nei suoi occhi che ne faceva una chimera tra un adepto di scientology e un testimone di Geova particolarmente adesivo.
Per venire a Grillo, debbo ammettere che non è mai stato tra i miei comici preferiti. Sulla comicità ho gusti personali, apprezzo il nonsense, il salto di significante e di significato, lo stupore, l'assurdo. Grillo è sempre stato troppo simile a certi miei vecchi compagni di scuola, capaci di coprire di ridicolo un soggetto accuratamente scelto – generalmente sulla base della sua impopolarità al momento – con risultati eclatanti ma in definitiva inutili. O pericolosi.
Tipico esempio del suo modo di procedere: «Certo che in fatto di soldi Tizio è il massimo. Ha un portafoglio così grosso da sporgere dalla giacca: vive nella speranza di riempirlo tutto. Fate attenzione alle monetine se vi cascano: Tizio è il primo a raccoglierle: ha un udito tarato sul dindirindio delle monetine [ah,ah,ah]. I suoi genitori lo fanno dormire in cantina per non trovarsi spolpati [ah,ah,ah] ecc. ecc.» 
Ho seguito per qualche tempo i discorsi (discorsi? No, gag) di Grillo, con alcuni elementi condivisibili accompagnati da una montagna di proposte inattuabili o di inviti a raggiungere la luna in bicicletta. Ma ciò che era peggio era la netta sensazione che un concetto come la DEMOCRAZIA non riuscisse a entrargli nella testa. La Democrazia è un concetto delicato e si basa sulla parità di diritti e di doveri tra individui profondamente diversi in termini di bisogno, possibilità, cultura e formazione. Non è possibile creare una democrazia funzionante se si è convinti di essere i più intelligenti, intuitivi, raziocinanti, onesti, puri, inflessibili e duri. Viceversa in ogni occasione il M5S dimostra questo genere di alterigia nei suoi rapporti con le altre forze politiche. 

«Ma le altre forze politiche sono formate da ladri, grassatori, strozzini e spazzatura varia, quindi...».
Talvolta è vero, ma non sempre.
Uno dei problemi di un partito/movimento che desideri giungere democraticamente al governo è quello di convincere i sostenitori degli altri partiti  – ovviamente i partiti più vicini alle proprie propostedella bontà delle proprie idee. Presentandosi come il massimo possibile e concepibile, senza alcun legame con gli altri partiti, né a destra né a sinistra e dichiarandosi una forza posta in un indefinito «alto» ci si autodefinisce come qualcosa di intrinsecamente differente dalle altre forze politiche, invitando i simpatizzanti degli altri partiti – senza eccezioni – a pentirsi della propria scelta e ad affidarsi ciecamente a una forza onesta per definizione. 
Questo comporta, ovviamente, la necessità di giungere al potere autonomamente, senza alleanze o accordi. Cioè, in ultima analisi, come partito unico.
Una sinistra assonanza con il PNF o il NSDAP, certo, ma è meglio non trarre paralleli esagerati, eccessivi o paradossali. Il vero problema – e per il momento la benedizione – del MoVimento è la sua capacità di accumulare posizioni contraddittorie, assurde («Cacciare gli immigrati in pochi giorni!»), allucinatorie («Ci hanno inserito un chip sottopelle che determina il nostro comportamento») o semplicemente ridicole e non pagare mai pegno perché ognuno nel MoVimento vede solo ciò che vuole vedere
La realtà, probabilmente, risiede nel profondo squallore della direzione delle principali forze politiche italiane, uno squallore ormai giunto al limite della putrefazione, che determina un voto anche soltanto di (mal)umore che implica il sostanziale scarso interesse degli elettori nei confronti delle posizioni reali del M5S.
Il risultato inevitabile è l'affermazione di una MoVimento sostanzialmente liquido, dove intellettuali radicali possono convivere con ex-fascisti, dal momento che i momenti di dibattito interno con qualche peso sulla linea politica del M5S sono rari o inesistenti e tutto il peso della linea risiede nella Piattaforma informatica Rousseau, in genere spacciata come sistema operativo. Come Windows 10.0, per dire. 
Il numero degli iscritti che hanno diritto a votare sulla piattaforma di Casaleggio jr. supera, se non mi sbaglio, i 100.000 iscritti, tuttavia a votare è in genere un numero compreso tra 40.000 e 50.000, ovvero meno metà degli iscritti che, a loro volta, sono lo 0,05 del numero dei votanti per il M5S alle ultime elezioni. Non faccio commenti sulla sicurezza del numero dei votanti, sulle loro scelte e sulla possibilità di inserire voti non validi o voti plurimi inseriti da avatar – che pure sono stati al centro di alcune polemiche – ma mi limito a constatare come un simile strumento di democrazia diretta è quantomeno insufficiente  a garantire un grado ragionevole di democrazia. D'altro canto, che genere di democrazia è quella che permette a un leader di condurre il suo partito da una posizione di destra ostile all'UE a una posizione sempre di destra ma sperticatamente favorevole all'UE e poi fare marcia indietro senza chiedere a nessuno se sul ritorno è favorevole o no? 


Ma sono semplicemente incompetenti i pentastellati?
Certo, lo sono. Amministrare un comune non è una cosa che si impari in pochi mesi. Ma la funzione principale di chi si trova a governare nel nome dei pentastellati è la propaganda e non l'amministrazione. Dimostrare che si può governare onestamente anche a rischio di combinare molto poco. O quasi nulla. Oppure di violare clamorosamente i diktat del MoVimento, come è accaduto a Pizzarotti.
Se a questo si aggiungono le inevitabili tendenze politiche originarie – di Destra per la Raggi, di sinistra per l'Appendino – se ne ha un quadro in ogni caso preoccupante, ovvero quello di una forza politica che non lavora per il futuro ma solo per la propria sopravvivenza. 
Il che, in un panorama di disfacimento politico generalizzato, è un pericolo non piccolo. 

6.1.17

Incubi e mondi possibili


Come forse si sarà capito sono stato più o meno una decina di giorni in montagna dove sono tuttora. Ho contribuito poco alla vita sociale su FB e ancora meno alla vita sul blog. 
Diciamo che mi sono preso un periodo di vacanze, lavorando – per la verità – molto, molto poco e dedicando il mio tempo a cercare di non scivolare sul ghiaccio e camminando su una neve rigida ma dalla crosta fragile, che talvolta mi ingoiava la gamba e in altre occasioni ingoiava metà del mio povero cane. 
In quanto a Silvia ha minacciato millanta volte di scivolare ma senza mai cadere. Formidabile, questa donna. 
Il nuovo anno si è aperto, immancabilmente, con una strage a Istanbul [*]. Che dire? Sinceramente ho accolto la notizia con un'ombra di rassegnazione, come se sapere ogni giorno della morte di una cinquantina di persone trucidate da un sottouomo fosse ormai diventata un'abitudine. E non lo è, maledizione, non lo è.
Il principale problema della Turchia – e presumibilmente dell'Europa – è l'esistenza stessa di Erdogan, un ometto pronto a cambiare politica per salvare la sua posizione. L'aspetto fondamentale della cosa, in ogni caso, è il dato di fatto che Erdogan ha cessato di sostenere – con armi, con denaro e favorendo l'arrivo di foreign fighters l'ISIS e più in generale tutti i gruppi contrari a Bashar El Assad. Il boia, per chi non lo ricorda. E con un cambio di 180° Erdogan si è alleato con la Russia di Putin nel tentativo di mantenersi in qualche modo saldo al potere e di colpire in maniera massiccia e definitiva i Curdi.


Nel corso degli ultimi tre mesi, proprio grazie alla condizione straordinaria fornita dallo stato d'emergenza, l'esecutivo turco ha promulgato 12 decreti legge che hanno favorito il defenestramento di migliaia di dipendenti e amministratori pubblici e statali, la chiusura di numerose scuole e università e la sospensione di trasmissioni e pubblicazioni di decine di testate. E non solo. Oltre 120, tra giornalisti e operatori dei media, sono finiti in carcere con l'accusa di avere legami con l'organizzazione Feto, ispirata da Fethullah Gulen, ex imam in esilio negli Stati Uniti, ritenuto la mente del tentativo di golpe per deporre Erdogan, di cui era uno dei più fidati consiglieri.
Su questi presupposti, compreso l'arresto dei 16 deputati dell'Hdp, terza forza politica del Paese, e il tentativo di cambiare la Costituzione per garantire il presidenzialismo assoluto, è difficile credere che la Turchia riesca a mantenere la tanto auspicata unità nazionale, quanto convintamente è facile intuirlo, dal presidente turco. (da Huffington Post, blog di Antonella Napoli)

Qualcuno si stupisce se i suoi ex-alleati adesso colpiscono la Turchia? E che la colpiranno sempre più spesso e più duramente man mano che il territorio controllato dall'ISIS verrà riconquistato? O che le ali estreme delle organizzazioni Curde faranno sempre più spesso ricorso alla lotta armata?
Detto di passata, il governo turco è quello che garantisce il blocco delle immigrazioni via terra in cambio di sei miliardi di euro, un accordo con l'UE garantito in primo luogo dalla Germania. Se Erdogan finisce per cadere che ne sarà di tale accordo? L'opportunismo cinico delle democrazie occidentali che hanno sostanzialmente ignorato l'instaurazione di una dittatura in Turchia potrà continuare anche in caso di un'ulteriore stretta della situazione da parte di Erdogan o di chi verrà dopo di lui? Probabilmente sì, ma preferisco non pensare alle conseguenze di una tale scelta.

 
E Trump, grande amico di Putin, quali posizioni prenderà?
Appunto, rispetto a un anno fa la situazione si è fatta più complessa e più pericolosa. In certo momenti ho la sensazione di impersonare un tranquillo turista inglese che, in vacanza in California, il 30 agosto del 1939 dà una scorsa al giornale e scuote la testa, non arrivando nemmeno lontanamente a immaginarsi che cosa lo aspetta. 
Ovviamente si tratta solo di «certi momenti», ci tengo a dirlo, giusto perché non pensiate che io sia divenuto un povero pazzo. 
...
Nel corso di quest'ultima settimana ho ripreso in mano un mio romanzoUn problema di tempo cercando di ripulirlo, accorciarlo, tagliare dialoghi, cercando di renderlo meno parlato e più visto (show, don't tell, perbacco). Bene, sono a pagina 120 e credo di essere riuscito a tagliare in tutto una mezza pagina, mentre ho finito per aggiungere battute, descrizioni ecc. per altre tre pagine. Tenendo conto che il romanzo conta la bellezza di 300 pagine mi sono temporaneamente fermato per la paura di aggiungerne altre.  
Come credo mi sia già capitato di scrivere, ho fiducia nel Show don't tell ma solo fino a un certo punto e, d'altro, sono altresì convinto che sia necessario spiegare non poco, dal momento che questo risulta essere il romanzo «centrale» del ciclo della Corrente. E per spiegare non solo la presenza e il motivo dell'esistenza dei personaggi, ma anche il mondo nel quale si trovano a vivere, ho preferito ricorrere spesso a dialoghi nelle prime cento pagine del romanzo – senza trascurare i fatti che avvengono che sono comunque numerosi – piuttosto che ai soliti pipponi del tipo: «Come certo lei sa, professor Maddox, la conquista dello spazio è stata permessa dall'invenzione del Grande Elastico Universale che come saprà è fatto di... ecc. ecc.» 
Il risultato, tuttavia, temo sia che ogni tanto i personaggi diano l'idea di parlare un po' troppo per conto loro, lasciando al lettore il dubbio di che cosa intendano quando parlano di «ES», «Debito di vita» o «Chimere». Un difetto che, peraltro, mi è stato già rivolto parlando di altre opere. 
Posso assicurare che al termine del romanzo tutti i pezzi andranno al loro posto, anche se mi rendo conto che sto probabilmente cercando lettori fin troppo attenti in tempi nei quali c'è poco tempo per ogni cosa. In ogni caso nei prossimi giorni mi dedicherò nuovamente al romanzo ma sarei mooooooolto contento che qualcuno avesse voglia, una volta terminato, di fare da lettore beta.
Avanti, non abbiate paura, fatevi vivi...  




[*] Dopo Istanbul, Smirne.