31.12.13

Un post banale, anzi, banalissimo



Questo post è nato per un semplice, ovvio motivo.
Oggi è il 31 dicembre, ovvero l'ultimo giorno del 2013.
E io ne sono felice, molto più felice di quanto mi sia capitato negli ultimi anni.
Il 2013, soprattutto l'ultima parte, mi ha portato sciagure, accidenti, inciampi, problemi. Mi ha devastato l'umore rendendomi un orso intrattabile o, in alternativa, un naufrago senza speranza. Ha seminato dubbi, depressione, perplessità su tutto ciò che faccio e che ho fatto nella mia vita. In poche parole: è stato un pessimo periodo che non vedo l'ora di lasciarmi alle spalle. 
Quindi questo banalissimo post è per salutare la fine di un anno di m... e festeggiare l'inizio di un anno che, se non sarà migliore, ben difficilmente potrà essere peggiore.
E nel festeggiare ne approfitto per salutare gli ospiti del blog - che di recente hanno letto di me soltanto la parte più pessimista - augurando loro un 2014 ottimo, felice, soddisfacente, gradevole, quieto, allegro, pieno di speranze, di sogni e di aspirazioni e con il coraggio di viverli tutti.
È solo un'augurio, lo so, e vale quello che vale, ma l'importante, come in un incantesimo infantile, è fingere che sia davvero così. Perlomeno provandoci.   

28.12.13

Una dopo l'altra...


Com'è stato il vostro Natale? 
Ricco di parenti, di pasti luculliani, di incontri con congiunti semidimenticati, ricchi di veri amici e di amici così così?
Il mio Natale personale è stato quanto meno intimo, trascorso con moglie, figlia, madre, cane e gatta. E con una cena di natale a base di pesce. È una tradizione ormai abituale trascorrere il Natale in pochi, un po' perché il grosso della mia famiglia - cugini, zii, nonni ecc. ecc. - vive altrove, un po' perché organizzare lo spostamento di persone per lo più anziane o molto anziane è divenuta un'impresa semidisperata. Tutto ciò dovrebbe dare un'idea della mia età, credo, ma pazienza. 
Dopo un paio di giorni di ozii di vario genere - leggere, guardare film in TV in orari antelucani, passeggiare (per evitare una pioggia biblica) in un centro commerciale incredibilmente chiuso, scoprendo, tra l'altro, di non provare nessun desiderio di vedere i negozi aperti - sono ritornato a una situazione relativamente normale, con i bar e i giornalai nuovamente praticabili, ovvero le categorie merceologiche che frequento di più. 
Stamattina con mia moglie siamo rotolati fino al centro approfittando della temporanea assenza di pioggia, tanto per sgranchirci le gambe. Constatata l'ennesima scomparsa di qualche altro negozio, in mezzo ad altre persone che, all'apparenza, non si accorgono che stanno segando il ramo sul quale siamo seduti, abbiamo incontrato una nostra ottima amica. Lei ci ha accompagnato per un pezzetto verso la metro, ma poi di comune accordo siamo stati noi ad accompagnarla a casa. E, come capita spesso in questi casi, abbiamo trascorso un tempo X a chiacchierare, in piedi, al freddo e scomodi, com'è giusto che sia quando si è amici. 
La prima brutta sorpresa l'ho trovata proprio sotto casa sua: la libreria che avevo visitato per una presentazione soltanto pochi mesi fa era chiusa. Con tanto di lettera affissa alla serranda dagli ex-proprietari dove spiegavano com'erano giunti a quella decisione. Legolibri ovviamente è un nome noto soltanto a Torino, ma non è facile spiegare la sensazione provata. I gestori erano bravi, gentili, competenti, li conoscevo personalmente e trovare di loro soltanto il foglio  di una stampante non mi ha fatto bene al cuore. 
Ma si sa... È la situazione... Si sa come va...


Vero, verissimo, ma la serranda chiusa di una libreria indipendente è il sepolcro di un sogno, inutile far finta di nulla. Certo, è possibile che abbiamo e abbiano sbagliato, come no, ma il vero problema è che una crisi come questa taglia selettivamente le gambe alle piccole imprese e al piccolo commercio. 
E parlando è venuto fuori un altro fatto increscioso... L'editore Alga, del quale mi è capitato di parlare anche su queste pagine, ha chiuso bottega. Il che è come dire che non troverete più in commercio libri a 3 euro e che, passati i 16 esordienti che Alga ha lanciato sul mercato, se vorrete leggerne altri dovrete tirare fuori per un libro cartaceo almeno 10 euro. I motivi della chiusura sono numerosi e diversi e non si limitano alla resistenza comunque operata dal grande mercato editoriale librario, o alla scelta eroicamente masochista di non distribuire i propri volumi nelle librerie, ma il peso di una distribuzione libraria incompatibile con la scelta di far pagare i libri al puro costo di stampa ha alla fine vinto anche il coraggio di quattro ragazzi che sognavano un'editoria diversa e hanno portato i loro libri ovunque fosse ragionevole e possibile farlo, discoteche e ristoranti compresi. Chiunque si sia interessato della possibilità di rilevare la casa editrice ha comunque fatto notare che i libri si sarebbero dovuti vendere a 3-4 volte il prezzo a suo tempo fissato, per riuscire a entrare perlomeno nelle librerie. Alga ha preferito passare la mano, a quel punto, e non è possibile che ringraziarli per una scelta per alcuni testarda ma sicuramente dolorosa. 
Siamo tornati a casa - mia moglie e io - di un umore di qualche tacca più basso di quando ne eravamo usciti. Non capita tutti i giorni di avere la sensazione di udire distintamente lo scricchiolio di un meccanismo che sta irresistibilmente correndo verso la rovina. Sono soltanto altre due piccole prove di una situazione disperante, ma sono due dopo altre migliaia. 
La svolta è dietro l'angolo, a questo punto, e credo che avrà l'aspetto, il colore e l'apparenza di un libro elettronico. Certo, non riuscirete a scaricarlo su modello Unico, ma in fondo è soltanto un 19% ciò che vi viene restituito dallo stato. Poco anche per un libro Mondadori.



18.12.13

Aria di Natale (?)


Ho vissuto ormai molti Natali da quando sono al mondo. Natale è sempre stato un periodo di lavoro forsennato, il momento per salvare economicamente l'anno e anche l'occasione per consigliare qualche libro poco considerato nei mesi precedenti. Un'occasione faticosissima - si lavorava per 7-giorni-7 alla settimana e trovare il tempo per acquistare i propri regali era una vera scommessa - ma per una volta si aveva la sensazione che la libreria fosse diventata un luogo sociale, un luogo di incontro, di appuntamento, di ritrovo e che gli scaffali fossero davvero passati al rastrello dai clienti, alla ricerca di un libro particolare. Non avevo particolare conoscenza della situazione degli altri librai, ma poteva capitare di dover passare per lavoro da loro nei giorni pre-natalizi e il più delle volte il clima non era diverso.
Quest'anno mi è capitato di girare alcune librerie - per lo più private e non di catena - ma ho avuto una sensazione sottilmente diversa. Ho visto i libri trascinati alla cassa per essere pagati, riconoscendo otto volte su dieci gli autori più noti dei libri più spinti dagli editori. Non che questo non capitasse anche da me, era abbastanza normale veder arrivare il cliente natalizio che arrivava con la pagina delle classifiche librarie e sceglieva rigorosamente da quelli, ma si trattava tutto sommato di una minoranza. Quest'anno, viceversa, ho avuto la sensazione di una corvée, di una scelta fatta per togliersi la fatica, senza il piacere di girare la libreria, di spiare anche i libri che non sono apparsi nelle classifiche. Una caratteristica che ho notato in diverse librerie - soprattutto in quelle di catena ma, ahimé, anche nelle private - è stata la sostanziale scomparsa dei piccoli editori, quelli che garantivano un certo grado di bibliovarietà, che offrivano la possibilità di iniziare percorsi di lettura imprevisti e sorprendenti. Ovunque pile e pilette, sagomoni, scaffaletti, costruzioni acrobatiche di volumi visibilmente simili, figli più o meno degeneri di capostipiti maniac-thriller o eros-sentimentale o sentimental-horror o medieval-fantasy o auto- semi- bio-biografico di individui noti per molte cose ma non per il proprio talento di autore. Mi è capitato ciò che non avrei potuto immaginare: sono uscito da una libreria (Una "Giunti al punto", per eventuali curiosi) frastornato, stanco e senza aver preso in mano un solo libro. 
La spiegazione a questa situazione esiste, come no. Anzi ne esistono almeno N: la crisi economica/la crescita delle librerie on line (Amazon su tutte)/la cattiva situazione economica delle librerie (tutte, peraltro)/la crescita del libro elettronico (che bypassa le librerie) sia in forma legale che in forma meno legale / la scelta sempre più ridotta e standardizzata delle novità da parte degli editori / la scomparsa o irraggiungibilità di molti piccoli editori / la nascita e lo sviluppo del selfpublishing... potrei continuare per una mezza dozzina di pagine ma credo di aver dato l'idea che cosa ci si può ragionevolmente attendere da una libreria di questi temi... Questo a non voler inserire nel conto la frettolosa maleducazione di gran parte del personale. Al quale chiedere un libro scritto da Ted Chiang (premettendo a loro vantaggio: «è di fantascienza») è più o meno come chiedere quali sono i tre importanti titoli scritti da Tommaso Grossi. 
Mah. 
Sarà la parola «Fantascienza» a non avere più corso legale o ho incontrato soltanto degli strafusi che credono che la sf sia solo un genere cinematografico o un tipo di videogioco? In effetti una gentile commessa mi ha confidato sorridendo: «No, non conosco libri di fantascienza ma ho visto Blade Runner. Che bello che era!»    
Ma la situazione delle librerie non mi è parsa un'eccezione, di questi tempi. Tutto mi è parso già visto, già guardato, già considerato, già scartato. Mi rendo conto che i vecchi Natali della mia ex-libreria sono definitivamente passati. Passati di moda, in primo luogo. Ma vorrei riuscire a provare ancora quella sottile gioia, quel senso di attesa... di nulla, di nulla in definitiva, lo so... ma qualcosa di diverso da questa leggera sensazione di noia per un Natale che verrà dimenticato molto presto.  



12.12.13

Vita da assediato


Oggi è ritornato il mercato. Il mercatino rionale sotto casa. Lo so, può sembrare una sciocchezza ma non lo è. Dà una sensazione di una domenica assurda, improbabile, con la via sgombra e intorno il solito traffico da giorno feriale. Il primo giorno, lunedì, la sensazione era ancora più netta con praticamente tutti i negozi e i bar chiusi e, proprio come di domenica, di aperti c'erano soltanto i grandi supermercati. Ho vagato come i pensionati di zona, finendo per andare a far la spesa all'8 Gallery, ovviamente piena da scoppiare. 
Mia figlia all'università ha evitato per un pelo gli scontri in Piazza Castello ed è tornata a casa piuttosto sconvolta e non poco perplessa: «Ma chi kz sono questi?».
Già, chi sono?
Ultras calcistici, certo.
Fascisti di Forza Nuova e di Casa Pound, ovvio.
Disoccupati, commercianti rovinati, autotrasportatori alla fame, piccola delinquenza, sbandati assortiti, qualche grullino e qualche italoforzuto particolarmente confusi, naturalmente. 
Ma perché si sono uniti? Perché hanno deciso di cingere d'assedio Torino? E non solo Torino, naturalmente. 
E la loro unione che veri scopi ha? Uscire dall'Euro? Abrogare le tasse? Sentirsi padroni della città per pochi giorni? 
Il risultato è una città assediata, dove la gente gira con aria anche più preoccupata del solito, dove vedere un gruppo di persone che corrono provoca immediatamente preoccupazione, allarme, panico. La polizia, come negli anni '20 dello scorso secolo, tracheggia, esita, si mostra ma non combina molto. Lo so, la mia formazione ha qualche resistenza nell'invocare l'intervento della forza pubblica ma so di commercianti minacciati, di piccole violenze quotidiane, di gesti di prepotenza e di piccoli soprusi condotti in purissimo stile fascista. E il tutto diffuso sul territorio, abbastanza per creare in ognuno la sensazione di essere divenuto un civile indifeso in una guerra senza bandiere e senza uniformi. 
Come se ne esce? Si possono utilizzare la polizia, i carabinieri, persino l'esercito ma temo che questo non risolverebbe minimamente i problemi veri che sono alla base di questo embrione di rivolta popolare. Incontrare i capi della rivolta? Certo, ma quale peso reale hanno costoro? E cosa offrire loro? La chiusura di Equitalia? La franchigia sulle tasse? La ripresa del mercato interno?
Ho la sensazione che questa vita da assediato non sarà breve. In questi anni si è fatto l'impossibile per deprimere il mercato interno - lo so per esperienza personale - e senza una ripresa della circolazione del denaro - ovvero un grado minimo di inflazione europea - non esista via d'uscita. Tengo a far notare che non si tratta di una mia trovata ma di una proposta di Paul Krugman. Questo dovrebbe essere condotto insieme a una diminuzione sensibile di tasse e balzelli e creando forme meno criminali di recupero dei crediti verso i contribuenti da parte di Equitalia. Per far questo si dovrà lavorare non poco a Bruxelles, cercando di convincere i tedeschi che un minimo di inflazione non significa automaticamente un ritorno a Weimar.
Ma non sarà affatto facile, credo e l'eventuale successo potrebbe arrivare troppo tardi. Intanto temo che continueremo la nostra vita da assediati, permettendo alle forze di estrema destra di reclutare altri disperati e di organizzare manifestazioni più o meno legali, blocchi stradali, assalti alle sedi sindacali. 
Non ditemi che cosa vi ricorda...   


7.12.13

Le mummie e un arrivederci


Può capitare di sedersi davanti al computer senza avere uno straccio di nulla da comunicare. Giusto per non lasciar passare troppo tempo tra un post e l'altro. A chi non è mai capitato alzi la mano. 
Uuuhhhh, e quanti siete? 
A parte gli scherzi non è proprio che non avrei nulla da raccontare. Ieri sera ho partecipato alla seconda delle tre conferenze previste per la serie Mistery and Imagination - Le avventure del controllo, dedicata a un piccolo classico del cinema horror: la Mummia. Un personaggio che, pur incontrando in questi anni un momento di relativo oblio, è stato tra i più interessanti tra gli anni trenta - la Mummia di Karl Freund, capostipite della serie, è del 1932 - e l'inizio degli anni '60, con il celeberrimo La Mummia con Christopher Lee e Peter Cushing (1959). In questo arco di tempo - e anche in seguito, fino all'ultima Mummia del 1999 - il racconto della Mummia si è lentamente evoluto, da schiavo o manichino di un villain o di una misteriosa setta segreta & perfidissima, a personaggio via via più autonomo, animato da un remotissimo e indimenticato amore vissuto nei giorni della vita. Una storia ricca di grandi caratteristi, delle notevoli interpretazioni di Lon Chaney jr. e di quella storica del grande Christopher Lee, delle ombre espressioniste di Karl Freund e dei magistrali movimenti di macchina di Terence Fischer. Una storia risultata affascinante e ottimamente presentata dal nostro ottimo Franco Pezzini, l'unico uomo a mia memoria che riesce a parlare per più di due ore in un silenzio assoluto e nella sostanziale immobilità dei convenuti. E che ha affrontato con sicurezza il tema del "controllo", condotto dalle misteriose sette ispirate alle religioni dell'antico Egitto - con nomi che vanno da Karnak fino ad... Arkham - e da singoli maligni negromanti, a loro volta legati all'antichissima magia egizia.
Un'ottima lezione, di quelle che inducono a congratularsi con se stessi per avere trovato il tempo per partecipare.
...
Quindi, in definitiva, non è che non avessi proprio nulla da raccontare. Ma rimane vero che mi capita sempre più spesso di trovarmi a corto di argomenti, di spunti, di temi. Non ho intenzione di smettere, sia chiaro, ma dovrò inventare qualcosa per il futuro, qualcosa che mi permetta di continuare il dialogo con i miei quattro amici. Il sito di LN mi porta via non poco tempo e prevedo di dover presto dedicargliene anche di più. Quindi penso che Fronte & Retro risulterà d'ora in poi un po' meno presente. D'altro canto il prossimo anno questo blog compirà la bellezza di dieci anni e in dieci anni spero (o temo) di aver detto gran parte di ciò che mi premeva dire. Ho potuto scambiare le mie opinioni con qualche centinaia di persone e, nonostante non abbia fatto nulla per far girare il contatore, ho comunque avuto un discreto numero di passaggi. Adesso mi prendo un po' di riposo: sono davvero stanco. Mi leggerete ancora, sia chiaro, ma quando riterrò di avere qualcosa di un minimo importante da dire. 
Per il momento vi saluto qui, con un grosso arrivederci e un ancor più grande GRAZIE. 

3.12.13

Primarie?


Non è proprio una fissazione, ma non posso fare a meno di chiedermi se farei bene, come nelle precedenti occasioni, a partecipare anch'io, infilando la mia scheda nell'urna. Lo so, lo so, non ho mai votato per il PD e ho scarsissime simpatie per Renzi e per Cuperlo - per quest'ultimo in particolare - ma ho simpatia (non arrivo a definirla fiducia) per Civati. Un segretario del PD dotato di un punto di vista di sinistra e di sense of humour sarebbe, se non altro, una variazione rispetto ai normali ultrapoliticanti. Poi lo so, il PD ha una struttura tale e un livello di divisioni interne che anche l'altamente improbabile vittoria di Civati non riuscirebbe a cambiare realmente lo stato delle cose e quel po' di linea politica comprensibile che esprime il partito. Ma il desiderio birichino e masoschista di sostenere il perdente  - cosa che ho sempre fatto, peraltro - non mi vuole abbandonare. 
Sicché rimango qui in attesa di prendere una decisione, cercando di ricordarmi che in fondo in fondo non ho fiducia nel PD... Ma voi che cosa fareste al mio posto?   

1.12.13

Soltanto una piccola canzone


Conosco e apprezzo sia il grande lavoro di Alan Stivell, musicista e compositore bretone al quale dedicherò in altra occasione uno spazio interamente personale, che quello di Angelo Branduardi, violinista, chitarrista e sopraffino riarrangiatore di brani semidimenticati della tradizione barocca italiana e straniera. 
Entrambi hanno eseguito una canzone, The trees they grow so high (nella versione italiana: Gli alberi sono alti) che è un brano tradizionale scozzese del XVII secolo.
Personalmente non sono mai riescito a decidere quale dei due mi piaccia di più. Quindi le pubblico di seguito entrambi: 

Alan Stivell (a 6' e 40"):





Angelo Branduardi:


Buon ascolto a tutti! 

30.11.13

Fine dello spettacolo


Se n'è andato. O almeno così pare. 
Eliminato dalla giustizia, come era facile profetizzare conoscendo le origini delle sue fortune.
E non posso nascondere un minimo di curioso, masochista rimpianto pensando che è dal 1994 che, in un modo o nell'altro, mi trovo a parlare, leggere, discutere, commentare, deprecare e litigare su di lui. Sull'omarino in maglioncino e giacchetta che, ormai invecchiato, ripete per la millesima volta che la colpa è tutta dei magistrati comunisti. La mia povera figlia, nata nel 1992, è praticamente cresciuta sotto il suo regime e anch'io devo far un po' di fatica per ricordare chi è venuto prima di lui. Il CAF Craxi-Andreotti-Forlani, certo, e prima ancora? 
Non ho idea che cosa significa avere sempre avuto lui - anche in quel paio di occasioni nelle quali fu Prodi a governare - come un peso sulla testa, pesante, ma al quale ci si abitua. E in un modo o nell'altro ci siamo abituati tutti. Al turpiloquio e ai battibecchi televisivi, alle sparate in pubblico ritirate poche ore dopo, alla dichiarazioni pelose e penose di amore per la (propria) libertà, dei mille e mille scandali che, pur senza averne l'esclusiva, i suoi fidi hanno creato in tutta Italia. Ai condoni, alle sanatorie, ai tagli orizzontali sui fondi per la scuola, la sanità, i servizi... 
Lo scopo essenziale del nostro era quello di difendere e rafforzare l'azienda di famiglia, di moltiplicarne e massificare il suo impatto, trasformandoci tutti, nessuno escluso, nel suo pubblico. Pubblico è qualcosa di molto diverso dal popolo e, a maggior ragione, dai cittadini. 
Siamo stati per vent'anni il pubblico di B.
Scomparso il clown, il capocomico, il bigliettaio e il borseggiatore rischiamo di rimanere comunque al nostro posto, senza capire che lo spettacolo è finito. Senza riuscire a diventare o ritornare cittadini. 
Ed è questo il problema vero. 


27.11.13

Una modesta delusione


Quando un libro non funziona completamente, pur restando un ottimo libro, non resta che parlare di una modesta delusione, un inciampo, un tentativo non del tutto riuscito.
Piccola premessa: amo molto Ian McEwan e considero alcuni dei suoi romanzi - Bambini nel tempo, Espiazione o Cortesie per gli ospiti, prima di tutti gli altri - veri capolavori, e ho apprezzato non poco Solar e Cani neri. Ma questo suo ultimo, Miele, per quanto ottimamente scritto mi ha lasciato interdetto. La vicenda racconta di una giovane di buona famiglia, di quella middle class inglese anni '60 dai buoni sentimenti, dai modi educati e formali e dalle ottime intenzioni che, dopo un'esperienza universitaria non particolarmente felice - laureata in matematica nonostante la sua passione per la letteratura -, conosce un uomo più anziano e sposato, con il quale intreccia una relazione. Questi, membro del dell'MI5 del British Security Service, ufficio dedicato al controspionaggio, fa un modo che la giovane Serena venga cooptata e ne divenga un'impiegata. 
Un lavoro apparentemente rischioso ed emozionante, ma non per lei, che, in quanto donna, non è un agente in azione e deve limitarsi a riorganizzare i mille e mille documenti dell'ufficio. Condizione tutto sommato prevedibile per una donna degli anni '70.  Ma questa condizione non la soddisfa e Serena riesce infine a ottenere un ruolo di rilievo in una missione nell'ambiente intellettuale. Dovrà arruolare un giovane e talentuoso scrittore, sottraendolo così all'influenza degli ambienti pseudocomunisti dell'intelligentsia britannica. Ma il loro rapporto si svilupperà in una relazione amorosa approfondita, e Serena proverà la sensazione sgradevole di dover nascondere il proprio ruolo all'innamorato. 
Il centro della vicenda è qui e non si tratta di un tema irrilevante. La sofferenza di Serena è profonda e reale, rimette in discussione il suo ruolo e la sua storia, soprattutto quando il giovane autore pubblica un romanzo di tipo ballardiano, quanto mai lontano dai desiderata dell'MI5 che punta su autori positivi e chiaramente anticomunisti, ancora suggestionati dal ricordo de La fattoria degli animali di Orwell. 
La vicenda si chiuderà con un colpo di scena che ovviamente non racconterò e che illuminerà in modo diverso Serena e la sua vita fino a quel momento. 
Ed è proprio il finale a lasciare interdetti. Un finale troppo raccontato, "telefonato" come si dice di certi tiri in porta fatti di scarsa lena, con un sospetto di eccessiva verbosità che è impossibile dimenticare. Giustissimo, da un punto di vista interno al romanzo, ma deludente e forse troppo netto per il lettore che ha seguito fino a quel momento Serena avendo costruito di lei un'immagine vivace, anche  se non sempre e non completamente positiva. Il rovesciamento del quadro dato - sia pure a lieto fine - rischia di apparire troppo brusco, condotto sapientemente ma a freddo. 


Il rapporto tra un piccolo ambiente d'ufficio con le sue invidie, piccole gelosie, arrivismi, sgambetti, passioni e dispetti e il mondo letterario è comunque un vero pezzo di bravura e l'aspetto interessante del confronto è che non necessariamente il confronto va tutto a svantaggio dell'MI5. SE il mondo dello "spionaggio" visto nell'occhio di Serena diventa una caricatura del James Bond letterario, con i suoi burocrati invecchiati dietro una scrivania e i suoi piccoli agenti scioccamente esibizionisti, il mondo letterario mostra le piccole vanità, i calcoli meschini, la mediocrità vestita d'arte.
Inevitabile, comunque, che la buona Serena finisca col ricordare - e non poco - la protagonista di Espiazione, come lei ingenua, entusiasta, conscia del proprio valore ma anche in qualche occasione decisamente ottusa. Resta il piacere, che McEwan sa come far emergere praticamente in ogni frase, di riuscire a cogliere stati d'animo, sensazioni, desideri e delusioni. E davvero non è poco, per un libro, tanto da aiutare a superare largamente la piccola delusione del finale.

24.11.13

Nel tempo di una vita




Non amo particolarmente gli U2, anche se apprezzo la voce solista del gruppo, Bono. Amo molto di più, anche se la cosa può sembrare un'eresia, un gruppo irlandese un po' meno noto, i Clannad. In particolare ho una passione inesprimibile per un brano tratto dal loro album Macalla, dove alla voce di Moya Brennan si aggiunge la voce di Bono. Si tratta di In a lifetime, brano dannatamente irlandese soprattutto nel video che uscì contemporaneamente al brano.
...
Pochi brani musicali sono riusciti a rendere così perfettamente e in un breve arco di tempo il senso dello scorrere di una vita. Inserisco il brano di seguito, dedicandolo a entrambi i miei genitori.



21.11.13

Scrivere gratis o no?


Non è un tema nuovo, ne sono ben conscio. Ma periodicamente ritorna d'attualità quando mi trovo a parlarne con qualcuno. Personalmente la mia esperienza non è facile né consigliabile a qualcuno. Credo che la scrittura mi abbia fornito un totale di incassi che non supera di molto i 1.000 euro, il che, tenendo conto che sono più di trent'anni che scrivo, mi sembra un pessimo risultato. Specifico che gran parte di tale cifra la ottenni vincendo un premio nazionale di fantascienza e il resto - qualche spicciolo - mi è stato fornito dalle vendite dell'antologia «In controtempo» e di poche altre cose. Diverso il discorso per quanto riguarda LN-LibriNuovi che è sopravvissuto per una ventina d'anni grazie agli abbonamenti, ma anche in questo caso il piacere di veder sopravvivere la rivista non aveva praticamente riflessi economici a mio favore. Idem per il progetto ALIA o per quello Fata Morgana. Ho scritto molto, probabilmente moltissimo per il sostanziale piacere di farlo e nulla di più.
Ultimamente, una volta chiusa la libreria e per il momento ferma la casa editrice, ho deciso di pubblicare diversi racconti valendomi di questo strumento, il blog.  E qualche altro strumento rimediato nel corso del tempo, LuLu, dove ho pubblicato quattro romanzetti brevi e Scribd, dove in formato .pdf ci sono sette tra racconti e novelle oltre a un romanzo. Il risultato? Un migliaio malcontato di lettori che si sono fermati a leggiucchiare qualche paginetta su Scribd, qualche scarico su LuLu - del quale ho saputo grazie a qualche brevissima comunicazione - e qualche commento sul blog, tenendo conto, come mi hanno spiegato diversi tra i frequentatori, che leggere un racconto più lungo di 2 o 3 pagine on line è sostanzialmente impossibile. 
Continuare? Insistere?
Sì, ma a che scopo? 
Dal momento che sono il primo a sostenere che gli headhunters di fantomatiche case editrici frequentano raramente i prodotti dei blogger, l'unico motivo sarebbe nelle reazioni dei potenziali lettori. Che sono ben poca cosa, anche quando risultano comunque positive. 
Le altre possibilità?
Mandare un testo a un editore o pubblicarlo in forma di e-book presso un sito "importante". 
La prima possibilità di questi tempi è quantomeno problematica, senza contare i tempi (sei mesi al minimo) per avere una risposta. O per non averla, se il testo non piace. Quanto alla possibilità di pubblicare on line su Amazon (tanto per andare sul sicuro), offrendo il proprio libro a un prezzo ragionevolissimo, significa scomparire o giù di lì tra autori sgomitanti, creatori di booktrailer e inventori di campagne di sconto o di offerta gratuita a tempo. Tutte cose sacrosante, naturalmente, ma che - come scrive il buon Francesco Troccoli - finiscono per incidere pesantemente sui tempi originariamente destinati alla scrittura. 
Quindi?
Beh, senza escludere di principio gli editori tradizionali - sperando di vivere a lungo e in buona salute - direi che una buona via da tentare sarebbe quella di pubblicare e-book, un medium comunque in crescita e che ancora di più lo sarà nei tempi a venire. E pubblicarli in uno spazio non generico, che non sia questo blog ma che potrei identificare in uno spazio nelle pagine di LN-LibriNuovi, sito che ha un traffico perlomeno decente. 
Questo non significherebbe comunque utilizzare il sito per presentare nella parte redazionale melopee sull'indicibile bellezza dei libri presentati in una pagina dal titolo: «I libri di LN-LibriNuovi». Semplicemente una segnalazione: «Uscito oggi il nuovo romanzo (o racconto o novella) di Tizio Caio che potete scaricare QUI per (cifra da decidere)» 
Credo si chiami «sinergia», e infatti mi è stata consigliata da un laureato in economia e commercio...
Questo mi permetterebbe, per esempio, di ripubblicare in forma di e-book non soltanto i miei testi ma anche alcuni titoli a suo tempo usciti in CS_libri. Senza contare la possibilità di utilizzare il sito anche per il futuro ALIA. Creare una piccola casa editrice on line, insomma, che offra sia libri a prezzo basso che libri in libera lettura. 
Potrebbe essere una buona soluzione, credo, al di là del conflitto inesaurito e inesauribile sullo scrivere gratis o meno. In ogni caso comincerò a lavorare su questa ipotesi.
Aggiungo che pareri, giudizi, critiche, suggerimenti e commenti sarebbero e saranno preziosissimi.    


 

19.11.13

Un salto dai Gonzaga

Lo scorso week-end sono fuggito. 
Lontano da Torino, da un periodo che più che nero definirei grigio, dalle mille paranoie che mi perseguitano in questo momento. 
Sono andato a passare un paio di giorni a Mantova, città che avevo sempre desiderato vedere e che ho cercato di vedere,  per quanto possibile, in 48-ore-48.
Mantova è una Città con la "C" maiuscola, innanzitutto. Una città che meritava e merita vedere. Anche per il suo essere a metà tra la realtà e il sogno, tra la mitologia, la storia e le visioni dei suoi antichi padroni, i Gonzaga. 

Una vista sul lago di Mezzo, a pochi metri dal Palazzo ducale.

Ben sistemati nella stanza di un residence, abbiamo dovuto attendere il sabato mattina per una puntata nel centro di Mantova. Venerdì siamo infatti arrivati tardi e, oltre tutto, sotto una pioggia sottile, insistente e snervante. Il sabato mattino viceversa, come si può apprezzare nella foto del lago, era solatio e decisamente favorevole alle lunghe scarpinate per la città.

Palazzo Ducale
  
Ovviamente il nostro primo obiettivo è stato il castello e il Palazzo Ducale. Ed è stata un'esperienza in qualche modo mistica, visitarlo. È vero che la celeberrima "Stanza degli Sposi", danneggiata dal terremoto, non era visitabile, ma ciò che "rimaneva" meritava abbondantemente il viaggio e le ore trascorse a vagare con il naso in sù per il palazzo. 


Purtroppo non ho potuto fotografare più che tanto, dal momento che le guardiane erano rapide, decise e occhiute, ma qualcosina sono riuscito a riprenderlo ugualmente. 


in particolare sono particolarmente contento di aver "rubato" quest'immagine degli armadi a muro delle stanze di Isabella d'Este, dove la decorazione non è ottenuta dipingendo le ante ma con un lavoro raffinatissimo di falegnameria, dove a ogni sfumatura di colore corrisponde un tipo particolare di legno. 
Dopo un ulteriore giro nel duomo e in altre chiese...




siamo alla fine rientrati, stanchi e soddisfatti, nel nostro campo base. 
La domenica abbiamo deciso di dedicarla interamente al Palazzo Te (o Palazzo del Te), dove "Te" - che si scrive senza accento - non è un curioso esempio di anacronismo ma un'abbreviazione del termine dialettale mantovano per indicare i tigli. 


Questo è l'interno del palazzo, il secondo cortile e, dove si affacciano i due giovani, le due vasche dove vivono numerose e pacifiche carpe, evidentemente abituate a ricevere qualcosa dai turisti, vista la velocità con la quale sono salite a galla.




L'altra estremità del secondo cortile. Se avete la sensazione di avere a che fare con qualcuno dotato di un notevole gusto del gigantesco e del grandioso...beh, avete ragione. La sensazione principale che sia il Palazzo del Te che il Palazzo Ducale lasciano a chi li visita è di una moderata follia, di una passione personalissima per una mitologia rivisitata e rivista, dove Giove può vestire, come nel grandioso affresco della stanza dei giganti, i panni di un capofamiglia Gonzaga. 


In quest'ultima foto l'accesso alla "grotta" del Palazzo del Te, un'ulteriore prova della sostanziale follia gonzaghesca... 
Notabene: il soggetto qui fotografato non è dell'epoca.
...
A metà pomeriggio di domenica abbiamo ripreso la strada per casa, un po' straniti ma felici. Penso che non riusciremo a dimenticarla, Mantova. Piccola nota: questo post non è stato ispirato o pagato dall'ente per il turismo di Mantova...
 

14.11.13

Una presentazione


Solo un breve avviso per invitarvi a partecipare alla presentazione del libro di un amico, Vincent Spasaro. 
Si tratta de «Il demone sterminatore» e la presentazione sarà oggi, giovedì 14 Novembre alle 18 a Torino al Blah Blah di via Po 21, qui a Torino, nell'ambito della manifestazione Torino Horror Festival. 
Io partecipo per lasciare al buon Vincent una copia dell'ultimo ALIA e per conoscerlo, al di là dei messaggi e-mail scambiati. E anche, ovviamente, per assistere alla sua presentazione. Se avete un paio d'ore libere - e, ovviamente, siete di Torino e dintorni - non perdetela. 

12.11.13

Un rimpianto personale


Non ho mai amato davvero mio padre. 
Ho tentato di amarlo, ma senza quasi mai riuscirci davvero. E questo mi pesa non poco.
L'ho tollerato, qualche volta inseguito, il più delle volte evitato o liquidato frettolosamente.
Mio padre in tarda età era una persona noiosa, ripetitiva. Con qualche fissazione discutibile, poco tollerato anche da sua moglie, mia madre. Divenuto tirchio di parole, di slanci, di proposte. Io avrei voluto parlargli, una volta tanto, dirgli che in realtà, nonostante tutto, gli volevo bene e l'avrei voluto di nuovo com'era stato: spesso allegro, un po' sconsiderato, pronto a partire in qualsiasi momento, curioso, galante, talvolta infantile. Ma quel tempo era passato ed io tacevo, sempre sulle spine, in attesa di qualche commento amaro sul «mio» fallimento che lui, riuscito nella vita, non poteva comprendere. 
Lui è sempre stato un dipendente, fino a divenire un dirigente FIAT. Io no. Io ho sempre cercato di fare da solo. Di crescere per mio conto, di inseguire un sogno povero e difficile. Ho tentato di spiegarglielo, qualche volta, ma nulla. Non capiva, non voleva capire. Scrollava le spalle e mi ripeteva - esagerando, perché mi fosse d'insegnamento - che l'unico modo per pesare una vita erano i soldi. E io i soldi li ho più perduti che fatti. 
Non aveva mai approvato le mie scelte. 
Era intervenuto qualche volta per darmi una mano ma sempre con un commento, non pronunciato ma evidente. «Perché perdi tempo e denaro?»
Ho rinunciato a suo tempo a sperare che fosse possibile capirci. Non ci capivamo, nulla di più.
Adesso che è scomparso, che si è definitivamente chiusa la possibilità - anche povera, anche disperata - di capirsi, adesso mi manca. Puro egoismo, probabilmente, il desiderio di essere perdonato. Nonostante tutto.
Ma lo rivorrei qui, a sbuffare per le sue idee buffe o impreviste, a invidiarlo comunque un po' e insieme a criticarlo per una visione della vita che mi è sempre parsa superficiale. 
Credo di non essergli mai stato davvero simpatico, nemmeno da bambino. Già allora si sentiva giudicato da me e io non potevo fare a meno di giudicarlo. Io era troppo "serio": grave, serioso, pesante. 
Ecco, se mai fosse possibile vorrei dirgli che adesso ho smesso di giudicarlo, che mi accontento di averlo ancora qui con me. Che sono disposto ad ascoltarlo senza sbuffare e senza inventare una scusa per potermene andare. Che sono persino disposto ad andare con lui sulla sua barchetta - ormai venduta - fingendo di essere per una volta padre e figlio. 
Ma è il tempo che, volando via, si allontana da noi con tutti i momenti che non si sono vissuti. Che non si è avuto il coraggio di vivere.
Vorrei avergli detto: «Ti voglio bene comunque, anche così come sei» piuttosto che tenermi per me questa intollerabile tristezza.

10.11.13

In un'isola


Conosco e apprezzo i Pink Floyd, Certo. 
Ma ho una passione irragionevole per i brani solisti delle due "menti" del vecchio gruppo, David Gilmour e Roger Waters. Del primo possiedo un cd, On an Island, uscito nel 2006 e di Waters un paio di cd.
Di Waters parlerò in un'altra occasione, oggi dedicherò questo spazio al solo David Gilmour, chitarrista - e in questo album anche sassofonista - dall'approccio e dalle melodie curiosamente "classiche". 
On an Island è un album raffinatamente malinconico, che si ascolta con una punta di nostalgia per qualcosa di indefinito o forse di dimenticato. Davvero ottimo il pezzo che dà il titolo all'album e che avrei presentato di seguito, se non ci fossero non ben definiti motivi di copyright a impedirmelo. 
Quindi ho dovuto ripiegare su Confortably number eseguito da Waters e Gilmour. Un discreto premio di consolazione. 


...
Piccola segnalazione. 
Sono riprese già da qualche tempo le lezioni presso la «Libera Università dell'Immaginario». Siamo al terzo ciclo di TuttoDracula, una comune rilettura guidati dall'ottimo Franco Pezzini. Qui potete trovare il programma del "corso". Siamo poco dopo la metà del libro: fate ancora in tempo a partecipare!  


8.11.13

A proposito di UKR


Non è raffinato autopresentare un proprio libro, lo so, ma in attesa di qualche gentile recensione da parte di coloro ai quali ho inviato copia del libro, posso procedere a una piccola auto-presentazione. Nulla di autoeologiativo, soltanto qualche punto che merita ricordare. 
...
UKR è un acronimo. La giusta grafia sarebbe quindi U.K.R., ovvero Unerwartet Kraft Reserve, ovvero un'inattesa riserva di energia, nome affibbiato a un tipo di mina antiuomo. Ma è anche l'inizio della parola Ucronia, ovvero Storia Alternativa o Controstoria. La controstoria di UKR è basata su uno snodo particolare: l'uccisione di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg a suo tempo condotta da alcuni membri dei Freikorps e che nel mio romanzo risulta fallire grazie a una soffiata. Da lì nasce la rivoluzione in Germania e la nascita di un governo comunista consiliare nella Germania degli anni '20. E da lì nasce anche la guerra anticomunista che unirà l'Italia di Mussolini, l'Inghilterra di Churchill e la Francia contro il "mostro" comunista tedesco nella seconda metà degli anni '30.
Il romanzo è ambientato negli anni '80, quando il fascismo italiano è diventato molto simile al franchismo spagnolo nella sua fase finale. Stanco, legato a una retorica ormai sorpassata, indebolito da una lunga guerra coloniale e ancora capace di imprese che di grande hanno - come vedremo - giusto i costi impossibili: 
 
«L’Isola Serenissima si estende per una lunghezza di 127 chilometri ed una larghezza, nel suo punto massimo, di 38 chilometri.
A est è limitato dall’ampio canale Tergeste, a Nord dal golfo di Venezia, a ovest dal Braccio Piceno. Capitale dell’Isola Serenissima è Nuova Famagosta, città modernissima interamente ispirata ai disegni del celeberrimo Maestro Piacentini.
A popolare questa nuova terra riscattata dal mare sono stati chiamati le forti e tenaci genti d’Arberia che, guidate dai discendenti dei nostri coraggiosi e forti emigranti in breve tempo hanno dato a questa nuova regione il volto sereno e fecondo tipico di ogni terra italiana.»
(da pagina 16 UKR)


Ma nell'Italia degli anni '80 esiste anche una sorta di Internet, ovvero una rete di connessione che collega gli ordinatori (i computer) di chi si occupa professionalmente di telematica. Una rete molto meno diffusa del nostro WWW ma in grado di trasmettere e condurre su tutto il territorio europeo un tipo particolare di messaggi, i messaggi-colore: 


Almeno cinque degli ultimi che mi hanno raggiunto erano privi di testo e utilizzavano il linguaggio-colore: un'improvvisa esplosione cromatica seguita da successioni di tinte, sfumature di colore scandite a una velocità inafferrabile all'occhio.
(da pagina 49 UKR)


E i due protagonisti, un programmatore dell'Olidata e una matematica dell'Università di Heidelberg, cercano di capire chi sia il creatore dei messaggi-colore, quale sia la loro funzione e il loro scopo e soprattutto chi ne sia l'ispiratore. Diciamo che le restanti 250 pagine girano intorno a questo tema, il vero centro del romanzo. 
La soluzione giungerà a poche pagine dalla fine, com'è giusto che sia, ma si tratterà di una soluzione soltanto apparente.
Si dovrebbero citare anche i SLA, a questo punto, già presentati in una novella (o romanzo breve): Zero, che potete scaricare gratis dal sito di Scribd (il link è anche qui a sinistra), ma mi sembra giusto che ve ne facciate un'idea personale leggendone proprio su Zero. 
Nessun ulteriore commento, a questo punto. Non tocca a me farne. Posso soltanto riportare parzialmente qui quanto scritto a proposito di UKR da Alessandro De Filippi, autore abbastanza noto nelle file del fantastico italiano: 

Due parole su un uomo e uno scrittore. Di valore da entrambi i punti di vista. Qualche anno fa, ho avuto il privilegio di leggere UKR, magnifico romanzo ucronico [...] di Massimo Citi, uomo degno al cospetto di Dio, grande libraio e promotore di iniziative culturali uniche in questa città. Ah, dimenticavo, anche scrittore di vaglia. Finalmente Massimo ha pubblicato questo suo libro presso l'editore DuDag. Il prezzo è di 1 € (proprio così). In ultimo: questa non è una marchetta né un favore fatto a un amico. Il libro è davvero bello. Molto."

Di mio non mi resta che aggiungere che se volete leggere UKR potete acquistarlo per solo 1 (un) euro nel sito del mio editore, ma non avete confidenza con carte di credito e altre diavolerie informatiche scrivetemi presso massimo[dot]
citi[at]fastwebnet[dot]it o lasciatemi un messaggio in calce a questo blog. Vi invierò il romanzo in formato .pdf con l'unica condizione di volerne in seguito parlare o scrivere sul vostro blog. Una condizione ragionevole, mi sembra. Fa parte del mio programma di auto-sostegno, vista la mia condizione di autore autopubblicato e autopromosso. 

 

6.11.13

Chiusure


«Editori chiudono in Gran Bretagna. Quasi un centinaio in un anno».
Non è una grossa notizia, soltanto un piccolo riquadro in apertura delle pagine dedicate alla cultura. Si tratta di uno studio a cura dell'Istituto Wilkins Kennedy che potete trovare qui, dove la colpa delle chiusura viene attribuita in primo luogo ad Amazon, riportando anche parte del lungo articolo pubblicato da Jonathan Franzen sul «Guardian»,.  a suo tempo ripreso, tradotto e pubblicato anche da «Repubblica»:

[...] Amazon wants a world in which books are either self-published or published by Amazon itself, with readers dependent on Amazon reviews in choosing books, and with authors responsible for their own promotion.

[trad.] Amazon vuole un mondo nel quale i libri siano o opera di autoeditoria o siano pubblicati dalla stessa Amazon, con le scelte dei lettori determinate dalle recensioni di Amazon e con gli autori responsabili in prima persona della propria promozione.

La situazione editoriale inglese è piuttosto diversa da quella di altri paesi come la Francia, la Germania e la Spagna dove esiste una legge che tutela la vendita al dettaglio dei libri imponendo uno sconto massimo di vendita oltre a un prezzo al commercio uguale per tutti. Nel Regno Unito il prezzo finale del libro è sostanzialmente determinato dal punto vendita, con gli esiti che potrete immaginare senza fatica. Qualche anno fa fu una catena di librerie a "distruggere" il tessuto di librerie indipendenti, Waterstone, che procedette applicando prezzi stravaganti su volumi ad altissima tiratura dopo aver dato un massiccio sostegno nel 1995 all'eliminazione del Net Book Agreement. Ma Waterstone fu rapidamente sostituita e tendenzialmente marginalizzata da una proprietà ben più potente e pervasiva: Amazon. Amazon è al momento non soltanto la leader nel commercio librario nei paesi di lingua anglosassone - primi tra tutti gli USA dove ha ridotto sulla difensiva Barnes & Nobel - ma è anche la leader assoluta nella commercializzazione degli e-book. Non solo, è stata la prima a comprendere l'importanza dell'autopubblicazione e dell'autoediting resa possibile dalla nascita e della crescente diffusione dell'e-book e degli e-reader. Ultimo elemento da segnalare è il successo commerciale dell'iniziativa di Amazon di egemonizzare la vendita dell'usato, determinando una profonda modifica del mercato stesso. 
Non risulta così troppo difficile immaginare il vero motivo per il quale poco meno di un centinaio di editori ha chiuso i battenti lo scorso anno. E ben presto altri seguiranno, si suppone. Amazon - ma prima ancora la profonda modificazione della merce libro - anche in Italia ha contribuito alla chiusura di non poche librerie (compresa la mia, peraltro), ma ugualmente mette in crisi e costringe alla chiusura non pochi editori, indeboliti per la crisi di un canale proprio di distribuzione. Le librerie indipendenti stanno scomparendo e quelle di catena sopravvivono di best-seller presentati a un prezzo molto aggressivo. Per gli editori di proposta e di cultura universitaria lo spazio si riduce ed essi faticano a trovare uno spazio presso Amazon, tra l'altro colpiti dalla stessa concorrenza interna dei propri libri già a suo tempo venduti. 
Un quadro allarmante, a ben vedere, che fa nascere non poche perplessità sul futuro del libro e del settore editoriale librario così come l'abbiamo conosciuto. Il possibile andamento del settore parrebbe deciso esattamente nei termini descritti da Jonathan Franzen. Sostituire a un insieme di editori un unico editore che aggressivamente si espande in ogni angolo del mondo. D'altro canto per i nuovi autori le possibilità di realizzazione create da un'editoria autogestita parrebbero essere incomparabili. Anche se, a ben vedere, gli autori che ottengono grande successo on line non lo ottengono soltanto grazie ai propri libri. I nuovi autori debbono creare un vero e proprio staff a sostegno dei propri scritti, da un buon illustratore a un esperto nella creazione di un promo per il proprio libro a un editor per rendere il libro più efficace... in sostanza sostituire a una casa editrice una microeditrice temporanea. 
Ovviamente anche chi sta scrivendo queste righe si pone gli stessi interrogativi. Se e come rendere più avvicinabili e desiderabili i propri testi. Non mi sorride troppo l'idea di diventare editore, animatore e promotore di me stesso ma, a quanto pare, non esiste altra possibilità...   


In attesa, si può sempre pagare


Ieri, martedì, non ho pubblicato il mio consueto articolo. 
Lo so, non è il caso di infierire. 
Il fatto è che si tratta di un articolo non troppo breve e su un tema delicato e vorrei evitare di sparare troppe asinate.
Ci lavorerò anche stamattina e se tutto va bene potrebbe uscire nel pomeriggio o al massimo domani mattina. 
In attesa del lieto evento ne approfitto per comunicarvi che sul blog di LN-LibriNuovi è attiva la casellina "Donazioni" per chi ha sempre desiderato contribuire alla giusta causa ma non ha mai osato chiedere. 
Non sto nemmeno a dirvi di contribuire al nostro accattonaggio digitale, diciamo, con le parole del sito che: 

« LN vive di contributi volontari come il tuo! Consentici di continuare a pubblicare le nostre recensioni indipendenti.»

Grazie a tutti e a prestissimo. 

3.11.13

Una vita con Gabriel



Ho un numero che non so contabilizzare di dischi di Peter Gabriel e dei primi Genesis. Ho raccolte, LP, CD, nastri, video in DVD e gli ultimi due li ho comprati stamattina, in un banchetto di CD fuori commercio. 
...
Peter Gabriel è un buon compagno in quasi ogni attività. Non mi disturba se scrivo, mi sostiene se cucino, mi distrae quando sono incazzato o depresso e, a suo tempo, mi aiutava nel lavoro in libreria
Grazie, Peter. 
Il brano che presento - Listening Wind - è di David Byrne ed è tratto da un album di cover eseguite da PG. Non è tra i più noti di PG, Scratch my back, ma è uno di quelli che ascolto più spesso. 



 

31.10.13

Esistono gli headhunter per i blogger?


Un post breve e problematico, nato dalla lettura di un dibattito tuttora in corso su Linkedin, proprio qui.
Già, il tema della discussione è proprio questo: esistono cacciatori di talenti che arruolano blogger nel vasto mondo della scrittura spontanea proponendo loro succulenti contratti? 
Non fate quella faccia. Io ho smesso da molti anni di credere a Babbo Natale ma questo non significa che la cosa sia assolutamente impossibile. Solo che... Ebbene sì, il modo di scrivere dei blogger è profondamente diverso da quello che si richiede in narrativa. I blogger possono essere degli ottimi polemisti, degli efficaci notisti, degli eccellenti commentatori ma troppo spesso curano essenzialmente l'attualità e si preoccupano dei «passaggi» e dei commenti molto di più che di crearsi e mantenersi un piccolo gruppo di affezionati lettori. Calma, calma, non voglio dire che il primo problema di ogni blogger è quello di controllare i passaggi sul blog e che per aumentare i passaggi si sia pronti a ogni genere di prostituzione psicologica e ideologica. Però ho avuto spesso la sensazione che siano in molti a preoccuparsi in primo luogo di assicurarsi un possibile vasto pubblico, un pubblico che in realtà può visitare un blog anche perchè nel dicembre del 2010 avete scritto «il pube coperto da un velo semitrasparente», parlando di un quadro del '700 o perché nella primavera 2008 avete scritto «non toccare l'albicocca» parlando del lavoro nero nel meridione italiano. La realtà è che dei 50-100 (o più) passaggi quotidiani molti sono capitati sul vostro blog per puro caso e vi resteranno per un tempo pari a una manciata di secondi. I numeri che sarebbe bene tenere sotto controllo non sono facili da ottenere e spesso parrebbero coincidere essenzialmente con i commentatori. E anche questo non è intuitivamente corretto, dal momento che i commenti nascono per svariati motivi e a tutti capita di visitare blog e leggerne senza lasciare alcuna traccia del proprio passaggio. 
Ma il problema è che un «vero blog», per le sue caratteristiche intrinseche - primo tra tutti il legame con l'attualità e con i gusti del suo estensore - non ha nessuna affinità con la narrativa e la saggistica. Un libro comporta una quantità di lavoro, oltretutto protratto nel tempo, che non può avere nessun rapporto con un blog quotidiano. La forma di espressione è sempre nella parola scritta ma la «portata» è ben diversa. Più o meno lo stesso rapporto e la stessa differenza che esiste tra un commentatore radiofonico e un attore.
Dopodiché un blog può essere un efficace sostenitore di un lavoro da scrittore ma soltanto a patto di separare attentamente e accuratamente i due ambiti. Creando uno spazio separato per la propria narrativa al quale chiunque possa accedere, tenendo comunque conto che la celerità è la vera anima di internet e che i lettori (anche) di libri hanno un tempo limitato da dedicare a un blog. Insomma le due anime, quella di scrittore e quella di blogger, non sono fatte per comprendersi e hanno alcune difficoltà nel convivere. E questo è probabilmente il vero motivo per il quale i famosi (o fantomatici?) headhunter letterari non battono le vaste praterie dove corrono i blogger.