6.11.17

Nuove letture o quasi


Il tempo passa e i libri si sommano sull'angolo di libreria dove tengo i libri terminati e non ancora sistemati al loro posto. Arriva un momento nel quale la piletta comincia a dare segni di un'obesità eccessiva e, dal momento che lo spazio disponibile è piccolo, mi vedo costretto a decidere se recensirli, passarli direttamente in libreria o abbandonarli su una panchina.
Due libri che passerò direttamente in libreria senza abbandonarli – giusto perché potrei sempre rileggerli – sono Oltre l'invisibile (Time and again) di Clifford Simak e Domani il mondo cambierà (Stations of the Tide) di Michael Swanwick. 
Per spiegare la decisione per il testo di Simak mi limito a riportare il giudizio che appare nelle pagine di Wikipedia

Simak mette molta carne al fuoco ma non ne cura la "cottura": l'amico invisibile, i superpoteri di Sutton, le creature di 61 Cygni, il viaggio nel tempo, la guerra nel futuro, il valore quasi salvifico del libro che Sutton è destinato a scrivere, la rivolta degli androidi, il destino... sono spunti di valore, che tuttavia non vengono sviluppati a sufficienza. Ciò si traduce in una narrazione un po' zoppicante che lascia molti, forse troppi interrogativi irrisolti.

Per quanto riguarda Swanwick, vincitore con questo romanzo del Premio Nebula e autore che ho in diverse occasioni apprezzato, non posso che rimandare al blog «Il Rifugio di Taotor» di Federico Russo che spiega meglio di quanto potrei fare io i motivi delle mie formidabili perplessità su questo romanzo.
In sostanza devo ammettere che questi due libri non mi hanno lasciato letteralmente nulla. Vaghissimi ricordi che entro qualche mese avrò comunque cancellato, il che, per me, è un limite grave. 
E adesso cominciamo con i libri letti e ricordati. 

Federico il Grande di Alessandro Barbero è, in realtà, una rilettura, nel senso che avevo letto il libro [allora di proprietà della libreria] nel 2007 nella collana «Alle 8 della sera» per ricomprarlo ultimamente, nella collana «La memoria» scoprendo che si trattava di un libro già letto. Ma non è stata una sofferenza rileggere la frizzante biografia scritta da Barbero dove si racconta di un personaggio comunque unico nel suo genere: musicista raffinato, abile flautista, amico e protettore di Voltaire e cultore della filosofia, sia pure di una filosofia che non mancava mai di mostrare il suo disprezzo nei confronti dell'umanità – ma insieme un uomo cinico e amorale e un abile e geniale comandante militare che riuscì a vincere tredici battaglie su sedici combattute: un record.  
La domanda che ha perseguitato i tedeschi negli anni successivi alla seconda guerra mondiale – ovvero se Federico il Grande è stato il fondatore della politica militarista prima prussiana poi tedesca, da Sedan fino ad Hitler – non trova risposta nemmeno in questo saggio, comunque. Barbero preferisce non affrontare il tema, limitandosi a mostrare l'unicità del personaggio e la sua sorprendente modernità. 
Per ulteriori particolari rimando alla recensione a suo tempo pubblicata su LN-LibriNuovi e che ho ripescato per l'occasione. 


Due Sicilie, di Alexander Lernet-Holenia racconta la storia di sette sopravvissuti del reggimento di ulani «Le due Sicilie», i cui componenti erano chiamati «Sizilien-Ulanen». Il reggimento è stato disciolto con la caduta dell'impero Austroungarico ma i sei reduci, sei ufficiali e un sottufficiale, continuano a frequentarsi. Nel 1925, nella Vienna ormai ex-capitale di un impero scomparso i sei ex-ulani sono ospiti di un ricevimento dove uno di loro, Engelshausen, viene ritrovato strangolato. Ma il dubbio che il romanzo voglia vestire i panni di un poliziesco è destinato a essere presto smentito. Uno dopo l'altro quattro dei membri del gruppo di reduci muoiono o scompaiono ma senza che appaia un possibile colpevole. Il secondo a svanire è il sottotenente Fonseca, perdutosi un un quartiere sconosciuto e in apparenza scomparso e dopo di lui è il maggiore Lukawsky a morire di una sorta di consunzione o forse di un crollo nervoso. È poi la volta del colonnello Rochonville, investito da una carrozza e del tenente Silverstolpe, in apparenza intossicato dal contatto con un cadavere A rimanere vivi fino alla fine del romanzo saranno il capitano Von Sera e il caporale Slatin e sarà in loro presenza che il romanzo troverà un'apparente soluzione finale, presto mutata in un ulteriore mistero. 
Alexander Lernet-Holenia fa parte di quel gruppo di autori di lingua tedesca e nazionalità austroungarica che comprende tra gli altri Leo Perutz, Alfred Kubin, Arthur Schnitzler e Hugo Von Hoffmanstahl accomunati dall'essere stati testimoni della fine dell'Impero austroungarico, narratori di un passato perduto e di un presente fantasmatico, sfuggente e onirico. Due Sicilie è, da questo punto di vista, un esempio perfetto di questo doppio sguardo verso il recente passato, svanito da un giorno all'altro, e verso un presente minaccioso, confuso, indegno di essere raccontato senza fare ricorso a categorie peculiari del narrare come il sogno, l'incubo, la visione. Questa è la forza e insieme la debolezza di Lernet-Holenia, spesso accusato di essere un esteta di un fantastico onirico fine a se stesso, senza un profondo legame materiale con i personaggi. 
Personalmente devo ammettere di apprezzare il suo modo peculiare di narrare, l'eleganza dello stile, ben resa dal traduttore Cesare De Marchi e la sottile sensazione di perdita definitiva che riesce a trasmettere nei momenti di rifessione dei personaggi: 

Ma anche lo stesso reggimento e persino il periodo in cui Marschall [Von Sera] era stato negli squadroni di cavalleria, ore gli sembravano non essere mai esistiti. La terra battuta delle piazze d'armi era come avvolta nel velo delle piogge novembrine, le lunghe scuderie con le groppe dei cavalli in fila come immerse nella luce irreale dei sogni. Rivedeva le trincee argillose, i campi di battaglia, gli zampilli di terra sollevati dalle granate – pure questi però non erano più gialli come argilla, ma grigi e irreali.

Un libro forse tradito dai troppo frequenti cambi di prospettiva e di personaggi e nel quale il falso e il vero si scambiano a volte con eccessiva disinvoltura le parti, ma comunque meritevole di attenzione e capace di una prosa in qualche passaggio intensa e malinconica. 


...
Il poliziotto di Shangai di Qiu Xiaolong non si può definire «Un nuovo caso per l'ispettore Chen Cao» ma è una curiosa e inattesa biografia del personaggio, seguito dalla giovinezza, segnata dalla persecuzione del padre, un «mostro nero» in quanto ex-piccolo imprenditore, la cui situazione trasformò l'intero nucleo familiare un una «famiglia nera», condizione che rendeva proibitiva qualsiasi speranza del giovane Chen Cao. Con la morte di Mao Zedong e l'ascesa al potere di Deng Xiaoping ha termine la rivoluzione culturale aprendo al giovane futuro ispettore la possibilità di dedicarsi alla sua più profonda passione: lo studio e la composizione della poesia. Il giovane si laurea nella facoltà di lingue straniere all'università di Pechino ma finisce con l'inciampare in una delle pianificazioni previste dal governo comunista:

La pratica dell'assegnazione statale ai laureati era da tempo considerata uno dei vantaggi del sistema socialista, dunque i giovani non avevano la possibilità di compiere scelte autonome. [...] Nel caso di Chen, ogni anno il dipartimento di polizia di Shangai riceveva la sua quota di laureati [...] E Chen non aveva potuto rifiutare, altrimenti l'avrebbero stigmatizzato da un punto di vista politico, e reso inidoneo al lavoro per anni. 

Ma il lavoro di investigatore ha comunque un suo fascino e non passa troppo tempo prima che Chen Cao diventi una sorta di mostro di belle speranze per l'ispettore Ding, il capo del suo ufficio. Dal ruolo di traduttore di manuali di procedura penale americani – l'unico posto che la polizia di Shangai era riuscita a escogitare per un laureato in lingue – il giovane riesce a guadagnare la stima dei colleghi e a divenire membro attivo della squadra. Questo senza perdere la passione per la poesia e per la buona cucina.
Libro curioso, viene da dire: un modo per l'autore di indagare il passato del suo personaggio preferito, dall'adolescenza fino all'età adulta. Ovviamente in tono minore rispetto agli altri gialli con protagonista Chen Cao, ma comunque piacevole.


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Ultimo libro di questo giro, Occhi nello spazio (Far-Seer) di Robert J. Sawyer, edizione originale 1992, primo volume della Quintaglio Ascension Trilogy
Quintaglio è il nome della razza di dinosauri della quale fa parte Sal-Afsan, giovane apprendista astrologo alla corte di Len-Lends, imperatrice della Terra dei sauri. 
Ad aver stimolato la curiosità di immaginare e mettere in scena una forma di dinosauri carnivori di intelligenza paragonabile a quella umana è stata probabilmente una domanda senza risposta: «Se i dinosauri non si fossero estinti per la caduta di un'asteroide alla fine del Cretaceo, avrebbero evoluto una specie intelligente?». E la risposta di Sawyer è sì. Presumibilmente salvati da una civiltà più avanzata, i nostri predecessori vivono su un corpo celeste vicino a un pianeta di tipo gioviano e i Quintaglio ne sono divenuti la specie dominante. 
Ma non mancano i problemi nemmeno tra i sauri. I più preoccupanti sono una religione particolarmente soffocante, terremoti sempre più frequenti e violenti e, last but not least una prossemica attentamente studiata e cerimoniale e qualche accesso di follia omicida, dovute al loro retaggio di carnivori. Ma sulla Terra – il modo con cui i sauri chiamano il loro pianeta – sta comunque crescendo una visione del mondo legata alla ragione più che alla superstizione, più o meno come nel '500 europeo, e il giovane Afsan è il portatore di nuove idee e una nuova visione del proprio mondo. 
Un viaggio intorno al mondo su una nave a vela fa scattare l'interruttore nella mente di Afsan, che si troverà però ben presto a difendere la sua posizione laica nei confronti della religione ufficiale del pianeta e del potere politico. 
Una lotta che si rivelerà più dura di quanto il giovane astrologo – un Galileo Galilei caudato – avrebbe ritenuto possibile e con finale giustamente interlocutorio, come è normale per la prima parte di una trilogia.
Nell'insieme un buon romanzo di agevole lettura, in qualche passaggio appassionante e che riesce a donare al lettore il punto di vista di un dinosauro carnivoro, risultato a suo modo rilevante. A questo punto non posso che ammettere di attendere con una certa ansia l'uscita dei volumi successivi. 
...
E per questo giro ho finito. Ci sarebbe ancora l'ottimo I ragazzi di Barrow di Fergus Fleming, eccellente storia di viaggi, scoperte, clamorosi errori, follie, ghiaccio, sabbia e testardaggine che l'editore presenta così: 

un'epopea [...] che Fergus Fleming ha trasformato in ciò che, in realtà, era fin dall’inizio: una commedia nera, percorsa dalla tensione quasi smaniosa che anima tutti i suoi personaggi, protagonisti o comprimari che siano.   

Ma per oggi l'ho già fatta troppo lunga. Alla prossima!

16.10.17

Libri: metterci una pietra sopra.


I dati del rapporto 2017 sullo stato dell'editoria in Italia sono disponibili presso il sito dell'Associazione Italiana Editori [AIE] all'indirizzo dedicato a cifre e numeri dell'editoria
Vi sono stato richiamato da un articolo uscito su «Linkiesta» del 14 ottobre. 
Il primo dato che salta all'occhio è la percentuale di lettori sul totale della popolazione italiana. Pare infatti che tale numero sia sceso nel 2016 al 40,5% degli italiani. Nel 2015 i lettori in Italia erano il 42% della popolazione, nel 2013 il 43%, nel 2012 il 46%, nel 2010 il 46,8%. E mi fermo qui. In sostanza dal 2010 ci siamo persi per strada qualcosa come 3 milioni di lettori. Nonostante l'offerta non sia in calo – i libri cartacei sono stati 66.000 tra novità e ristampe, mentre gli e-book hanno raggiunto il numero ragguardevole di 81.000 titoli disponibili – sono in calo i lettori. 
Si possono, inevitabilmente, incolpare gli smartphones o i tablet, i social media o Netflix o le scie chimiche o il gomblotto del Gruppo Bildenberg o quello che preferite, ma resta il dato di fatto che i principali paesi europei hanno percentuali di lettori che viaggiano intorno al 70% e oltre, e, che io sappia, non sono affatto privi di internet o di social network. Anzi. 
Altri dati? Il fatturato totale dell'industria libraria ha raggiunto nel 2016 i 2.561 milioni di euro, nel 2011 era stato di 3,1 miliardi... Il numero di titoli in e-book è aumentato di un 30% per un fatturato totale di 63 milioni di euro anche se il numero di lettori su e-book è passato dal 4,7% del 2015 al 4,2% del 2016... Buone notizie per un piccolo editore di e-book, direi. 

Altri dati: 

Nel 2016 il numero di persone che dichiarano di aver letto almeno un libro non scolastico (con più di 6 anni) ha ripreso a calare, con un preoccupante -3,1%. La lettura di libri è diminuita tra i lettori deboli e occasionali (-4%) e tra i forti lettori (più di 12 libri all’anno: -0,4%), tra le donne e tra i bambini e ragazzi (che leggono libri comunque più della media della popolazione).

Di particolare interesse il dato di fatto che i membri di gruppi professionali e dirigenziali non leggono nemmeno un libro per il 39%, stessa pratica (o mancanza) per il 25% dei laureati... 
Ultimo dato, a suo modo interessante, lo spostamento di classe di età dei forti lettori:

Fatto 100 il numero di lettori complessivi, la fascia d’età in cui si registra la crescita maggiore è quello degli Over60 (e dei “giovani anziani”) con un +9,6% rispetto al 2010, mentre cala la quota di lettori nella fascia tra i 25 e i 44 anni con un -25,4%. Segno delle trasformazioni demografiche, invecchiamento della popolazione, onda lunga della scolarizzazione degli anni Sessanta e Settanta. [da Il Sole-24 Ore, 26 gennaio 2017].

Ultimissimo particolare: il 18,5% della popolazione non ha svolto alcuna attività culturale nel corso del 2016:


circa un quinto degli italiani non ha letto un libro o un giornale, non ha visitato un museo, una mostra, un sito archeologico, e non è andato a teatro, al cinema, a un concerto. (da Il Libraio.it)

Diminuiscono i bambini lettori, invecchiano i forti lettori... un panorama che non è esagerato definire catastrofico. 
Certo, riuscire a trovare un momento da dedicare alla lettura con un lavoro incerto o temporaneo ma comunque faticoso è un elemento che in minima parte può spiegare la situazione, così come la diminuzione di lettori tra i giovanissimi può trovare una spiegazione nel numero crescente di bambini stranieri che hanno rapporti non facili con la lingua italiana. Ma la realtà è che stiamo perdendo – o più probabilmente abbiamo già perso – il treno di una ripresa reale, prima ancora civile che economica. Le percentuali di lettori – come gli investimenti nella scuola o in cultura – sono, non a caso, quelle che ci avvicinano di più ai paesi in coda della UE: Grecia, Portogallo... La politica della cultura in Italia sembra ormai indirizzata unicamente alla preservazione e valorizzazione del patrimonio architettonico e museale, cosa sacrosanta, sia chiaro, ma che nasce dalla necessità di aumentare il fatturato del settore turismo. Se poi gli italiani rimangono ignoranti, beh, non è un problema che tocchi la classe politica contemporanea. Gli italiani possono sempre essere ottimi camerieri o membri di un efficiente personale di servizio o, perché no?, splendidi centurioni... L'Italia è un bel paese, in fondo.

 


25.9.17

Guida all'utilizzo del prossimo ALIA Evo 3.0


ALIA esiste da... beh, il primo numero è uscito nel 2004. A questo hanno seguito altri undici numeri per un totale di dodici, undici cartacei e uno elettronico. Alla prima serie di dieci numeri, conclusa con la chiusura della libreria CS, hanno fatto seguito altri due ALIA, ribattezzati ALIA Evo e ALIA Evo 2.0, e quello al quale Silvia e io stiamo lavorando è il terzo della serie Evo: ALIA Evo 3.0. 
Non è facile tirare le somme di una simile mole di lavoro e probabilmente non è il momento per farlo. Possiamo giusto osservare che il passaggio da antologia internazionale a raccolta di autori italiani è avvenuta senza particolari problemi e che il piccolo ma affezionato pubblico di ALIA ha continuato ad apprezzare il risultato del nostro lavoro. 
Le domande che immaginiamo che molti lettori e autori si stiano facendo è: «Ma ALIA è un'antologia di fantascienza o no? Che genere di racconti vi sono raccolti? C'è horror, gotico, fantascienza, fantastico tout cout, fantasy, weird, steampunk?»
Diciamo che a questo punto del lavoro, con i diciannove racconti tutti giunti e in corso di revisione e impaginazione, si può tentare di fornire una breve guida alla lettura, come si faceva un tempo, e a presentare i racconti uno ad uno. 
«Compresi i vostri? Quello di Silvia e il tuo?»
Ehhh… bé, sì. Cercando di essere i più imparziali e compassati possibile. 

Andiamo a incominciare con il racconto di Caterina Mortillaro, Inverno alieno. Lo si può definire un racconto di sf, certo, siamo tutti d'accordo, ma il profondo legame tra umani e alieni, delicatamente descritto nel racconto, gli regala diverse sfumatura in più. Quello di Maurizio Cometto, Il signore del giardino, è un testo ambientato a Torino nel breve periodo della signoria dei Savoia sulla Sicilia, è un racconto epistolare e ha qualcosa di profondamente diabolico. Non aggiungo altro per non creare involontari spoiler, ma diciamo che per un po' eviterò di passare dal Parco della Tesoriera. Racconto gotico? Beh, diciamo di sì. Il destino dei Rehsu, di Fabio Lastrucci, è un gioco serissimo condotto con cronometrica precisione, un felice calco di un racconto di E.A.Poe ambientato nel mezzogiorno italiano, ma guidato da una fantasia scatenata e con un finale sorprendente. Un altro gotico? Diciamo di sì. Il racconto di Danilo Arona, L'ultima veglia, è un puro horror guidato con raffinata intelligenza narrativa, restando in perfetto equilibrio tra la paura e lo humour nero in un'ambientazione poco comune. Vittorio Catani ci ha affidato un racconto quantomeno inusuale, un curioso apologo dal titolo Un terzo di felicità che ha per tema la definizione rigorosa e matematica della felicità e che ha riflessi politici e sociali inattesi. Una fantascienza non comune, direi. 
Māchĭna, concepimento dell'homo novus è un dialogo teatrale condotto da due individui, coinvolti in un misterioso esperimento. Come è abituale per Mario Giorgi non solo non è facile comprendere chi sono i due individui, ma i loro discorsi risultano fuorvianti, assurdi, comicamente strampalati. La sensazione è quella di un fantastico rarefatto, di un grado di realtà approssimata ma perennemente incompleta. Un piccolo gioiello. Gli dei vegliano, di Paolo S. Cavazza è ambientato in un mondo classico con divinità ed eroi che conosciamo molto bene – o che, forse, dovremmo dire che credevamo di conoscere – ma che qui assumono ben altra identità. Diciamo che si tratta di un corso di addestramento per neofiti della civiltà dagli esiti non particolarmente felici. Un buon esempio di sf che può ricordare il meglio di Frederic Brown. 

Il gioco dela masca di Consolata Lanza è una storia ambientata nelle campagne piemontesi durante la prima metà del secolo scorso e racconta di una giovane masca sopravvissuta al Piemonte feudale. Il legame esclusivo che si crea tra un'abitante del villaggio, Ghitona, e la masca ha qualcosa di profondo e racconta di una tragedia che rimane immutabile nella memoria secolo dopo secolo. Un racconto gotico, volendo, ma soprattutto una perfetta favola nera.
Nel Grigio di Silvia Treves risulta, di primo acchito, la cronaca di una malattia mentale. O il procedere di una forma particolare di Alzheimer. Ma proseguendo con la lettura si aggiungono elementi che spostano gradualmente il senso della vicenda fino a dargli un significato profondamente diverso. Un racconto di sf non facile ma realmente agghiacciante. Sempre di sf, anche se di un sottogenere molto diverso Sangue di Famiglia di Davide Zampatori, una space-opera scatenata ambientata in una stazione spaziale nella Fascia di Kuiper. Storia di una faida sanguinosa condotta in un ambiente stretto e claustrofobico, con una frequenza di scontri, agguati, proiettili e detonazioni difficile da eguagliare. Davvero niente male. 
E ancora di sf il racconto di Fabio F. Centamore, Discesa, dove un pilota di un tipo piuttosto particolare ha il compito di scendere sul satellite Encelado. La particolarità del protagonista emergerà gradualmente nel corso della vicenda, attraverso il racconto di un'infanzia e di una giovinezza da emarginato. Anche il racconto di Massimo Citi, Ritorno a casa, parla di un pilota solitario, un cyborg con migliaia e migliaia di anni di viaggio sulle spalle che incontra sulla sua strada un burocrate frustrato, confinato a lavorare su un pianeta solitario, ovvero un corpo celeste oscuro, privato di un sole. Un'altra storia dal ciclo della Corrente, per chi non si è ancora stufato di leggerne. 
Con La confessione di Alberto Costantini ritorniamo all'epoca della Controriforma, con un gesuita mandato a controllare la situazione del culto in una valle tridentina, ma l'incontro del religioso con un misterioso eretico di ignota provenienza muterà completamente la sua visione del mondo. Nota a latere: il confronto dialettico tra il gesuita e l'eretico sono un vero pezzo di bravura. Un racconto di sf, come vedremo, ma sottilmente celato nell'ambientazione seicentesca. 


Si svolgono ai nostri giorni i racconti di Valeria Barbera, Perseguitata, e Il carnevale dell'uomo cervo di Luigi Musolino e si potrebbero definire entrambi di puro horror, ma posseggono caratteristiche assolutamente personali che merita ricordare. Il racconto di Valeria è un incubo interminabile che avanza felpato fino al colmo dell'orrore, lasciando intuire più che qualche simpatia, anche se non dichiarata, per il mostro della situazione, mentre il racconto di Musolino viaggia abilmente sul limite tra l'orrore e il sogghigno e con un finale davvero sorprendente. Due eccellenti testimonianze di una narrativa fantastica dell'Italia del Sud ricchissima di storie e soprattutto di incubi.
Karla di Massimo Soumaré è il prequel al racconto apparso su ALIA Storie del 2011. Abbiamo così l'occasione per conoscere il personaggio dalle sue origini e con lei le sue maestre, instancabili guardiane dell'umanità da innumerevoli mostri spaventevoli e assortiti. Una tipo di weird particolarmente divertente.  
Prima missione di Eugenio R.R. Saguatti è un classico del genere fantascientifico: il primo incontro con gli spazi extradimensionali di un gruppo di burbe guidati da una caposquadra che ha abbastanza esperienza da salvarli tutti. Vivacissimo, divertente e animato, una lettura che non è agevole interrompere.   
Ultimi due racconti ancora nel campo della fantascienza: il breve e suggestivo Le stelle d'inverno di Massimiliano Malerba, racconto enigmatico e struggente condotto con attenzione rara e capace di rappresentare pienamente la dolorosa inesplicabilità degli eventi. Stat sua cuique dies di Francesco Troccoli racconta di una forma particolare di viaggio nel tempo e di un loop temporale apparentemente irresolubile. La via d'uscita al paradosso temporale si troverà, alla fine, ma solo grazie a un sentimento che non soffre del trascorrere del tempo. Omnia amor vicit, in sostanza.


...
Abbiamo provato a descrivere a una piccola parte dei nostri lettori che cosa possono ragionevolmente aspettarsi da ALIA Evo 3.0. Resta da aggiungere che scriveremo presto agli autori per richiedere loro un profilo aggiornato [max 10 righe] di vita e opere e che, come previsto, il nuovo ALIA Evo 3.0 in forma elettronica sarà disponibile per la fine di ottobre / inizio di novembre. 
Ultimissima osservazione: curioso come i racconti si possano (grossolanemente) dividere tra racconti di radice profondamente locale e racconti periferici, intendendo per periferia tutto ciò che si muove al di fuori dei nostri abituali confini spazio-temporali. 
Ma ha un senso questa distinzione? 
Ha un qualche significato celato? 
Voi che cosa ne dite?



18.9.17

Pubbliche scuse


È concepibile scrivere un post con delle scuse? 
Non l'avrei detto ma è capitato a me. .  
Ricordete il giudizio – forzatamente affrettato – sul romanzo La città del cratere di Alastair Reynolds e il sommesso invito a leggerlo? 
Bene, non fatelo. 
Dubito che qualcuno abbia aderito al mio invito ad acquistare il libro, ciononostante mi sento in dovere di scusarmi e ad annotare qui e nel mio cervello di non sbilanciarmi a pronunciare un giudizio anche solo parziamente positivo (o negativo) su un romanzo senza averlo terminato. 
Se ricordate ho scritto: 

La vicenda della flotta delle astronavi generazionali e dell'eccezionale / abominevole Sky, per quanto risulti la storia parallela e (finora) minore – anche se evidentemente chiamata a riunirsi a quella di Tanner Mirabel – ha una potenza narrativa non piccola e sprigiona un grado notevole di suggestione. 

Tutto vero fino a un certo punto. 
Poi si è scatenata la confusione autoriale, i cambi di personaggi e di personalità, 
Tizio che non era più Tizio – per essendolo stato per cinquecento e passa pagine – ma era in realtà Caio con i ricordi di Tizio... anzi, no... era Sempronio – rimasto sepolto per un secolo e passa – che si era calato nei panni di Caio e che in seguito aveva rilevato i ricordi di Tizio fino a incontrare il brutale Pinco, suo nemico giurato, che Tizio 2, sopravvissuto non si sa bene come all'agguato di un cobra reale alieno, provvederà ferocemente a uccidere – pur non essendo chiarissimo come mai – togliendo nel contempo il disturbo e permettendo che la prima persona singolare con la quale il falso Tanner Mirabel ha parlato per seicento e passa pagine ritorni a essere tale, adottandone nome e cognome. 
Avete presente quelle storie di feuilleton dove Tizio si toglie la maschera e dice «ma in realtà io sono Caio» e Sempronio gli dice «No, tu sei Panco, ti ho riconosciuto» e Tizio impallidisce e dice «davvero? Non me lo ricordavo».
Ecco, una cinquantina di pagine di follia.
Rilevante, comunque, come tutti ricordino la dolce Gitta, moglie non particolarmente acuta di Caio, uccisa da Pinco – credo – che a quanto pare ha lasciato un ricordo indelebile in tutti pur essendo apparsa di sfuggita in quattro - cinque pagine. 
Quanto alle astronavi generazionali vengono sbrigate in poche pagine dopo aver a lungo tenuto sospesa la vicenda. 


... Onestamente, un libro che sconsiglio pubblicamente.
È vero che un autore ha il diritto di fare quello che vuole dei suoi personaggi ma non ha il diritto di farlo anche con i lettori, circonvenendoli con individui che cambiano personalità senza preavviso e il cui passato viene distorto per far tornare i conti.
Non è un mestierante, il nostro Alastair, nel suo romanzo non mancano le buone e persino le ottime idee, ma diciamo che tende a mettere davvero TROPPA carne al fuoco e, una volta che ha un ettaro di griglie accese, non ha idea di come fare a spegnerle e il massimo che gli viene in mente è rovesciarle e saltare sulla carne per spegnerla. 
... Qualcuno vuole un Urania Jumbo seminuovo per 1 eurocent? 

P.S.: ovviamente questa non è una recensione ma soltanto una forma di sfogo personale. Oltre che una pubblica scusa. Non la leggerete su LN-LibriNuovi.

13.9.17

Parliamo di libri?


In questa lunghissima, rovente e minacciosa estate sono inciampato in un romanzo-fiume, La città del Cratere di Alastair Reynolds, più o meno 660 pagine stampate in spazio 1 e carattere max 10. L'ho acquistato e lo sto leggendo, nonostante abbia a suo tempo acquistato e interrotto la lettura a metà di Absolution Gap e sia riuscito a perdere – senza averlo letto – Redemption Ark. Questo parrebbe preludere a un giudizio negativo sui due romanzi in questione, ma sinceramente non mi sento di affermarlo. Diciamo che Absolution Gap supera di molto le mie capacità intellettive o, perlomeno, la capienza del mio cervello nell'immagazzinare nuovi personaggi. Ma questo La città del Cratere non sembra essere eccessivamente affollato e si lascia leggere senza eccessivi problemi. Quanto alla sua riuscita, beh, sono a pagina 545 e finora non si è ancora sciolto nessuno degli interrogativi via via seminati attraverso le sue pagine, ma la vicenda sembra avvitarsi come è giusto e necessario e quindi spero in un finale memorabile. 
Spero. 
In ogni caso mi sento di suggerirne la lettura pur se non ancora terminato. La vicenda della flotta delle astronavi generazionali e dell'eccezionale / abominevole Sky, per quanto risulti la storia parallela e (finora) minore – anche se evidentemente chiamata a riunirsi a quella di Tanner Mirabel – ha una potenza narrativa non piccola e sprigiona un grado notevole di suggestione. 

...

Un libro terminato e che mi ha profondamente colpito, divertendomi e insieme sollevando inquietanti interrogativi, è Un miliardo di anni prima della fine del mondo di Arkadi e Boris Strugatzki, pubblicato per la prima volta nel 1976 e tradotto da Paolo Nori per Marcos y Marcos nel 2017. 


«Un miliardo…» l’abbiamo sempre considerato tra i nostri romanzi preferiti, perché era come un pezzetto delle nostre vite, molto concreto, molto privato, pieno di persone concrete e di avvenimenti reali. Come si sa, non c’è niente di più piacevole che ricordare i propri guai quando son poi andati a finir bene (Boris Strugatzki)

Così scrisse fratello Boris nella presentazione del loro romanzo, un romanzo per il quale i due fratelli furono costretti a rompere il contratto con Aurora, la casa editrice che aveva commissionato loro il testo a a farlo pubblicare – a puntate – da un rivista. In apparenza nelle pagine sonnolente, piene di té, caffé, liquori, cucine trascurate e studi professionali improvvisati e disordinati non c'è e non c'era molto di temibile o di pericoloso per il defunto regime sovietico, tanto è vero che il romanzo non fu proibito né sequestrato, ma ciò non toglie che il testo dei fratelli Strugatzki possegga un "sottotesto", come lo chiamano i due fratelli, che ha qualcosa di sottilmente inquietante per chi lo legge. L'esistenza possibile di un'entità come «L'universo Omeostatico» [L'omeostasi, è la tendenza naturale al raggiungimento di una relativa stabilità interna delle proprietà chimico-fisiche che accomuna tutti gli organismi viventi, per i quali tale stato di equilibrio deve mantenersi nel tempo, anche al variare delle condizioni esterne, attraverso dei precisi meccanismi autoregolatori] e il complotto che parrebbe complicare l'esistenza degli scienziati – impedendo loro di dedicarsi alle loro ricerche utilizzando qualsivoglia sistema, dall'alcool a misteriose donne che tendono a scomparire dopo averli irretiti – è chiaramente un'assurdità. O no? Ne siete assolutamente certi? 
I fratelli Strugatzky ne dubitano, come fa supporre il romanzo,  e evidentemente si permettevano qualche dubbio anche sugli orizzonti progressivi del socialismo reale. 
Un romanzo divertente – a tratti sinceramente spassoso –, ricco di dialoghi vivaci, condotti nell'appartamento di Maljanov, disordinato studioso rimasto solo per l'estate e nelle cui stanze si susseguono discussioni, confessioni, rammarichi, dubbi, lamentele, lasciando al lettore, spettatore di un'assurda recita teatrale, una costante e imprecisa sensazione di indefinito allarme. Davvero un piccolo capolavoro. 


Costellazione familiare, di Rosa Matteucci, è il racconto di una perdita, in apparenza. La perdita della madre e, in precedenza, del padre, narrati con «il consueto, lucido puntiglio e con quella lingua ardita e immaginosa che è soltanto sua», come recita la seconda di copertina. La madre, in particolare, è un soggetto poco comune:

…Aborriva il parafernalia di melensaggini da donnetta piccolo borghese, compresa la sottomissione servile al marito e ai figli. La funzione della maternità, a suo avviso, faceva della donna un mero contenitore biologico, equivalente a un sacello usa e getta, e non era mai stata una libera scelta. Per questo motivo, e non perchè fosse una Crimilde, detestava i pargoli, le facevano ribrezzo. 

In compenso ella ha un'inesausta passione per i cani, le cui esigenze prevalgono costantemente su quelle della figlia, disprezzata per le sue bieche esigenze umane come mangiare e per la sua adolescenza maldestra e intollerabile, dotata com'è di «due tettone enormi, escrescenze che disgustarono mia madre, teorica del seno-coppa-di-champagne» e per il suo carattere timoroso, furtivo, incerto e disgraziatamente proclive a preferire il padre, individuo capace di rovinare più e più volte la famiglia con le scommesse e il gioco d'azzardo ma che ama sinceramente la figlia. 
La protagonista, la figlia poco amata e ancor meno apprezzata dalla madre, conduce una vita misera e disordinata, continuando a disprezzare il proprio corpo e talvolta animata e insieme ridicolizzata dalla frase della madre: «Ricordati che sei una bambina tedesca». Si aggrega a un gruppo psicodrammatico dedito all'astrologia – La Costellazione familiare – guidato dal «facilitatore» Renato Wok, vaga per la campagna in compagnia del cagnetto materno e nel frattempo elabora mentalmente a getto continuo immagini salvifiche della morte della madre, dopo la dipartita del padre in un incidente automobilistico.
Il tempo passa e finalmente Raffaella, madre recalcitrante, viene ricoverata in un ricovero per anziani, dove non si dà comunque per vinta e lascia che il suo carattere indomito e superbo prevalga sulle abitudini del mesto luogo:

Ogni pomeriggio, verso le diciassette e quaranta, mia madre centellinava l'aperitivo, come sua sempiterna abitudine. Volle anche patatine, mandorle salate e olive, tutto un repertorio di porcheriole atte a suscitare la sete. Era talmente malridotta, in ogni caso, che poteva soddisfare qualunque suo desiderio. 

Giunge infine il giorno della scomparsa della madre, che lascia la giovane prostrata e confusa. Ma un'appartenente al gruppo della Costellazione le dimostrerà che, in fondo, sua madre in qualche modo bizzarro e personale l'amava e che, nonostante tutto, lei era importante.
Un romanzo esagerato, in qualche caso confuso e disperato, come è costume di Matteucci, ma che tra un sorriso e l'altro riesce a rappresentare la profonda ambiguità del rapporto tra madre e figlia. Un romanzo che regala una curiosa, divertita tristezza. 

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Avrei voluto parlare di Domani il mondo cambierà di Michael Swanwick, ma debbo ammettere che non è affatto facile farlo.  Sicché decido che è meglio ridargli un'occhiata e parlarne su queste pagine in altra occasione.
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Per chiudere vi propongo un brano di musica classica, una passacaglia in sol minore per clavicembalo di Haendel. Il motivo della sua presenza in queste pagine è legato al lavoro su ALIA Evo 3.0, lavoro che sto conducendo in contemporanea alla pubblicazione su questo blog. 
Un brano musicale che vi ritornerà in mente quando leggerete il lungo racconto di Maurizio Cometto ivi contenuto. Buon ascolto!

 

4.9.17

Sempre meno blogging


Salve a tutti. 
Tutti... beh, i pochi superstiti. 
Il numero di lettori di questo blog è in caduta libera da mesi e il vero problema è che temo che me ne importi molto poco. 
In sostanza non so bene come farmene, di questo blog.  
Provo a spiegarmi: fino a un certo punto il blog aveva lo scopo di presentare la mia attività di libraio. Fungeva da sfogatoio ma anche da coscienza critica alla produzione libraria contemporanea, al modo di scegliere e di promuovere i libri in commercio, investigava sulle possibili ragioni e sulle modalità di certe scelte e cercava di sostenere la bibliodiversità, un neologismo ricalcato sulla biodiversità e, a mio personalissimo parere, altrettanto importante. Poi, come tutti sanno, ho dovuto chiudere la libreria – cinque anni fa, un oceano di tempo – e nel frattempo l'editoria è profondamente cambiata come è cambiata, fino a diventare irriconoscibile, la distribuzione libraria. Personalmente ho sostanzialmente smesso di frequentare le librerie e i libri che leggo mi arrivano tramite IBS o Amazon.it. I passaggi nella librerie di catena si sono rivelati fonte di irritazione per le continue carenze di stock e i rapporti con il personale frequentemente sorgenti di frustrazione.
Ho perso quasi tutti i contatti nel settore librario – molti sono andati in pensione: il tempo passa per tutti – e ora avrei se non altro qualche difficoltà a parlare di produzione libraria con una competenza che superi quella di un buon lettore. Non significa che non possa esprimere il mio parere in proposito, ovviamente, e certe dinamiche del settore mi sono ancora evidenti, ma in qualche caso esiste il rischio di confondere i motivi con gli effetti e questo non è serio. 
Un altro aspetto del blog è stato quello della presentazione dei libri letti dal sottoscritto, in modo meno serio e meno professionale di quanto faccio per LN-LibriNuovi, ma capita sempre più frequentemente che utilizzi la recensioni scritte per Fronte & Retro per il catalogo di LN – il sito bibliografico «consuma» mediamente una recensione ogni 3-4 giorni –, obbligando i pochi lettori che mi seguono su entrambe i siti a rileggersi recensioni già apparse. Quindi direi che è venuto il momento di eliminare le recensioni su F&R – perlomeno quelle più lunghe di 4-5 righe – per scriverle direttamente su LN.

Un altro dei temi che mi piace affrontare su F&R è quello che riassumo sotto la categoria «politicando», ovvero riflessioni e osservazioni su come va l'Italia e qualche volta il mondo. E qui i casi sono due: o le mie riflessioni sono talmente speciali e raffinatamente profonde da non meritare commenti o – cosa temo più probabile – sono talmente ovvie e così superficiali da non meritare nemmeno un parola. In ogni caso il vero problema è che ogni volta che mi trovo a commentare temi come il razzismo, il bullismo, la banalità della politica, la decadenza dei movimenti, la povertà dei temi e delle proposte ho la sensazione di urlare in una piazza vuota o al massimo in presenza di 3-4 persone, un po' come un sostenitore della restaurazione del feudalesimo o della monarchia assoluta. Sicché è spontaneo chiedersi che senso abbia sprecare il fiato per tentare di convincere coloro che sono, con ogni evidenza, già convinti. 
Su F&R mi sono occupato di musica, di rudimenti di tecnica della scrittura, di ciò che produco in quanto preteso scrittore, di ciò che avviene negli altri blog, ho partecipato a round robin e a Liebster's Award eccetera ma con la sensazione sempre più netta della crescita di età di coloro che lavorano a un blog e la sensazione giustificata che i giovani non abbiano né il tempo né la voglia di dedicarsi a qualcosa di impegnativo come scrivere righe su righe su un blog. 

«Mantenere un blog personale è diventato un’impresa e i giovani non vogliono averci nulla a che fare visto che ci sono altre piattaforme più interessanti», ha scritto Mel Campbell sul Guardian. Ecco allora la (lenta) migrazione verso Facebook e Twitter prima, quindi Snapchat e Instagram poi. O verso forme di blogging più immediate (Tumblr) o più «sofisticate» (Medium). (Da Il Corriere della Sera, 4 luglio 2017)

I social network sono diventati i sicari dei blog, non c'è dubbio. D'altro canto io stesso, se devo dare brevi comunicazioni su ALIA Evo, scrivo su FB, lasciando perdere il vecchio blog ALIA Evolution fermo al 28 giugno 2016. E giuro che è una sofferenza leggere quella data sotto l'ultimo post. 


...
A questo punto la domanda è: ha senso continuare a scrivere su queste pagine, inascoltato da molti e con un pugno di lettori che continuano per pura testardaggine? E soprattutto, di che cosa parlare? La mia vita è profondamente legata al mondo dei libri e, al di fuori di questi, non dispongo di molti argomenti di un qualche interesse generale, a meno di non voler scrivere post dedicati alle melanzane alla parmigiana versione light o al risotto al barolo. Ho molta considerazione per coloro che dedicano tempo e fatica a scrivere post che richiedono molto tempo per l'informazione e la documentazione, ma, dal momento che mi occupo di testi altrui – oltre che dei miei testi personali – dubito di trovare il tempo per dedicarmi a un blog diverso. 
Vuol dire che smetterò? 
Beh, non è detto. 
Questo blog esiste dal 2004 e chiuderlo sic et simpliciter mi sembra inaccettabile. Peggio ancora lasciarlo con quest'ultimo post e ritrovare la data del 4 settembre 2017 ogni volta che lo apro. 
Quindi continuerò, ma lentamente e quando potrò. Senza metodo né regolarità. Parlando di quello che capita – musica, libri ed e-book (ma in breve), attualità, famiglia, animali di casa, autoproduzioni eccetera – a chi avrà voglia di ascoltare. Probabilmente finirà per morire di consunzione, questo blog, ma non oggi. 
No, non oggi. 

 
 

4.8.17

Lavorare sopra i 37°


Mi capitò per la prima volta alle elementari, suggestionato da qualche documentario visto in televisione, probabilmente di Folco Quilici. Vedere uomini pesantemente vestiti, issati in cima a cammelli, attraversare il deserto sotto un sole torrido e chiedere al maestro: «Ma non hanno caldo, quegli uomini?». La risposta fu ovvia e tranquilla: «Stanno bene così: quando la temperatura sale sopra i 37° la lana è un buon isolante, anche perché protegge dalla temperatura esterna, qualunque essa sia.».
Già.
Chissà perché domanda e risposta mi sono tornate in mente in questi giorni, mentre tento disperatamente di terminare il racconto per ALIA Evo 3.0 senza sciogliermi davanti al monitor. 
«E perché non ti compri l'aria condizionata?»
Non è certo la prima volta che il mio Alter Ego se ne esce con questa bella idea e ogni volta la mia risposta è la stessa: «Perché l'aria condizionata non fa bene e poi perché contribuisce a riscaldare l'atmosfera subito fuori da mio buchetto fresco. È un gesto antisociale, in sostanza.»
«E poi costa, no?»
«Sì, inf... no, ma questo non c'entra niente»
«Eh, come no.»
È vero, l'aria condizionata costa, ma effettivamente non è questo il problema. Diciamo che installare l'aria condizionata mi ricorda la manovra di chi acquista un motoscafo nella speranza di sopravvivere allo scioglimento dei poli. 
In tutto ciò sono – anzi siamo, Silvia Treves e io – impegnati sul lavoro per ALIA Evo 3.0, ahimé ormai lontani dal fiume Lubljanika e dai deliziosi localini che si affollano lungo le coste, dove si trovava una birra squisita a prezzi ragionevoli... 

A questo punto, dopo esserci presi qualche giorno di riposo e di vacanze, siamo – grazie al cielo – a buon punto. Arrivati anche i racconti di Fabio Lastrucci, di Paolo S. Cavazza e di Vittorio Catani e una volta stabilito che si tratta di buoni racconti sui quali avremo ben poco da fare, non ci rimane che terminare i nostri testi per affrontare l'ultimo giro. 
Come fosse facile arrivare al termine di una pagina con questo clima.
In questi giorni scrivono: «Lo sapete che questo 2017 è peggio del 2003?». Ma va? Vien voglia di rispondere. Che cosa vi aspettavate? Se la temperatura media sta crescendo ed è previsto che a questo ritmo arriveremo ad un incremento di 3,4° entro la fine del secolo, è ragionevole attendersi che mediamente avremo estati più calde e inverni meno nevosi, con primavere e autunni che alterneranno felicemente la siccità con gli uragani. L'Accordo sul Clima sottoscritto (in ritardo) nel 2015 esordisce con: 

Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta

Che cosa non ha capito Trump di questa frase? «Cambiamento climatico» o «minaccia urgente»? O «Società umane»? Ma in fondo Donald Trump è stato eletto da tanta brava gente che si preoccupa esclusivamente degli affari propri, in molti casi di miseri affari propri, in pochissimi casi di grossi affari propri. 

Ma anche qui in Italia siamo sempre di più a preoccuparci esclusivamente degli affari nostri. Come insegna la mafia: «...Ma fatti i cazzi tuoi». Quindi risaliamo sul nostro SUV, diamo gas, molto gas e stramalediamo le ONG che salvano immigrati senza chiedere niente in cambio.
Lo so, è un grosso problema quello degli immigrati, ma date un'occhiata alla situazione nel Corno d'Africa o nell'Africa Subsahariana e comincerete a capire davvero che cosa sta accadendo. Altro che le infinite belinate sui radical chic che stanno a Capalbio e predicano bene razzolando male o che si fanno i soldi in combutta con i trafficanti di schiavi: la realtà è che non esiste più una differenza reale tra immigrati per motivi umanitari e immigrati per motivi economici e che comunque loro non potranno fare altro che tentare di allontanarsi dalla loro patria, secca, arida e incoltivabile.
Che cosa vi ricorda? [*]
Ultima cosa, prima di ritornare a tentare di scribacchiare qualcosa, un paio di giorni fa il nostro beneamato curatore di Urania, Giuseppe Lippi, se n'è uscito con una grossa scritta in campo rosso sulla sua pagina FB con la frase: «Dannate ONG!» accompagnata dall'emoji di una faccia incazzata. E ha trovato pure 13 tapini che gli hanno dato ragione.
Bene.
Sono curiosamente felice di non avere mai vinto il premio Urania. E mi chiedo quale sarà lo sconforto di organizzazioni internazionali come Medici senza Frontiere nell'apprendere che la loro condotta non è apprezzata da Giuseppe Lippi. 
Il vero problema dei social network è quello di trasmettere le idiozie molto oltre i confini del bar sotto casa. Q.E.D.

[*] Il romanzo di Bruno Arpaia, «Qualcosa là fuori», con gli europei che tentano di superare il Baltico, pattugliato da navi svedesi e norvegesi, pur di arrivare in Scandinavia.


19.7.17

Un'Italia di vecchi e di sfruttati


E anche la legge per dare la cittadinanza ai giovani immigrati che hanno frequentato le scuole qui, vivono qui, fanno il tifo per la nazionale di calcio italiana e parlano correntemente italiano è saltata. Ultima coltellata è stata quella di mr. Alfano, inutile e nocivo ministro degli esteri di un governo teorico che cerca di sopravvivere fino alla prossima primavera. 
Secondo la sinistra si trattava di una legge di civiltà che ci avrebbe posto sullo stesso piano degli altri governi europei ma alla quale abbiamo, in definitiva, rinunciato per una serie di motivi che hanno poco o niente a che fare con la realtà e moltissimo a che vedere con le fantasie malate o volutamente distorte dalla destra italiota, ovvero FI, Lega e 5 Stelle. 
Ho conosciuto e conosco diversi ragazzini che mi sono stupito nel sentire correntemente parlare italiano, magari intervallandolo, in rapporto all'interlocutore, con la lingua familiare: arabo, cinese, bengalese o moldavo. Mia moglie ha insegnato in classi dove il 20% o più degli alunni sono di origine straniera e, a parte gli inevitabili problemi dovuti alla necessità di imparare in una lingua che non è la propria, non hanno mai mostrato simpatie verso la Jihad o verso le Triadi. 
Ma il problema non è questo, evidentemente. 

Per la destra, sia quella orgogliosamente suprematista come Casa Pound giù giù fino a Matteo Salvini e complici, sia quella più nebbiosa e disonesta come Grillo & Casaleggio, il problema principale erano poche centinaio di migliaia di voti che sarebbero – presumibilmente – andati a sinistra, dal momento che l'intolleranza per gli stranieri è una bandiera della dx italiana e, reciprocamente, era proprio questo uno degli elementi che premeva di più a Renzi, che ha fatto finta di non notare la stangata alle ultime elezioni amministrative.
Ma questo aspetto, puramente politico nel suo significato più ovvio, anche se non immediatamente evidente, non è comunque il motivo principale della discussione furiosa tenutasi in questo periodo. Il motivo principale è la serie accellerata di sbarchi avvenuti negli ultimi mesi e la crescita costante di immigrati, rifugiati, disperati, donne, bambini non accompagnati che si sono rovesciati sul nostro paese, largamente inadeguato a sopportare una simile invasione. Intendiamoci, nel 2015 sono sbarcati 153.000 immigrati, nel 2016 180.000 e nei primi sei mesi del 2017 83.000, con un incremento del 18% sui primi sei mesi del 2016, ma si parla sempre di numeri che, anche se sommati, costituiscono una percentuale minima della popolazione italiana (1 immigrato ogni 150-200 abitanti) ed è quindi quantomeno molto esagerato definirla un'invasione, a meno di non voler creare una sindrome da assedio che possa teoricamente spiegare tutto ciò che non funziona in questo paese, dalla disoccupazione, alla criminalità, al terrorismo. In realtà quanti di costoro abbiano intenzione di fermarsi in Italia non è dato sapere – anche se non mancano dati che suggeriscono la volontà di lasciare l'Italia per altri paesi europei dove si trovano parenti o amici. In questo senso l'Italia è ed è sempre stato un paese di transito che solo in questi ultimi mesi – grazie alle politiche miopi della UE – è diventato un luogo di sosta forzata. Teniamo ancora conto che non pochi immigrati arrivano in Italia con un passaporto con visto turistico e, una volta arrivati qui, «scompaiono» all'interno delle loro comunità, sforzandosi di trovare un lavoro. E gli esempi tra i miei conoscenti e tra quelli di ognuno non mancano. 


Ma il problema degli immigrati in arrivo, anche se grave, NON È il problema di chi si trova e lavora qui in Italia da anni e anni e i cui figli potrebbero – finalmente, dopo almeno cinque anni di scuola – diventare italiani. Presentare la Ius Soli come un facile, astuto sistema per far acquisire la cittadinanza a chi è appena sbarcato da un gommone è, come minimo, una menzogna e si avvale della sostanziale, profonda ignoranza di milioni di nostri connazionali. Perché gli italiani sono ignoranti – lo sappiamo, vero? – sei o sette su dieci di noi non riescono a leggere, interpretare e ripetere un brano scritto che superi le dieci righe e, soprattutto molti di noi vogliono credere che siano gli immigrati il vero problema di questo paese e non piuttosto una classe politica parassitaria, un ceto imprenditoriale che mira ad arricchire al più presto senza guardare in faccia nessuno, una criminalità organizzata capace, come in questi giorni, di bruciare ampie aree verdi per ottenerne spazi per le discariche abusive, una speculazione che mira a cementificare nuove aree e così via. Si preferisce dire che sono i neri che spacciano – e ne esistono, ne ho visti, non vivo sulla luna – piuttosto che protestare per il lavoro per i giovani divenuto un incubo senza uscita. 
Ma per alcuni la Ius Soli non è un vero problema, ben altri sono i problemi attuali. E il benaltrismo, versione pudica e ipocrita del semplice fascismo ruspante, è diventata la foglia di fico di chi è – confusamente, approssimativamente – di destra ma non ha il coraggio di dirlo ad alta voce. E qui non si possono non citare gli ormai dimenticati grillini, divenuti neri e poco gradevoli come le blatte. 


In fondo, comunque, negare la cittadinanza italiana a centinaia di migliaia di giovani ne permette lo sfruttamento, impedisce la possibilità di partecipare a concorsi pubblici – pur avendone la preparazione, e li obbliga a una vita perennemente sotto ricatto. In fondo molti italiani non sono soltanto ignoranti ma talvolta anche furbetti e sanno benissimo come approfittare di chi capita loro a tiro. 
Una linea invisibile continuerà a dividere Mohammed da Giulio, Xin da Alessandro, Alonso da Giovanni e, in fondo, a molti piace sentirsi anziani Italiani per una volta in vita loro, oltre alle occasioni nelle quali si è cantata la prima strofa dell'Inno di Mameli. Solo la prima, siamo anziani.
Io preferisco sentirmi un cittadino del mondo, anche se è sempre più difficile.